zazienews_poesia: Intervista a Matteo Marchesini


Hai scritto un libro di poesia per ragazzi. Quale pensi possa essere il ruolo della poesia nel processo educativo di un bambino?

 Credo che la migliore poesia insegni sempre a diffidare di ciò che è univoco, unilaterale, unidimensionale. Se volessi essere provocatorio, direi perfino che educa alla doppiezza. Dove c’è gioco e dialettica tra suono e senso, tra comunicazione ed espressione, lì sta anche una miniera inesauribile di risorse utili non a sottrarsi alla prosa della vita quotidiana, ma a giudicarla da un luogo di confine “altro”, e dunque a limitarne le pretese (a volte davvero terroristiche, soprattutto per i bambini e i ragazzi che non possono materialmente fuggire altrove). Come ci hanno insegnato i filosofi moderni, la poesia vera è sempre doppia: consola e pungola, tenta di sostituire abusivamente un mondo utopico, ma è anche indispensabile per prefigurarlo.

A scuola spesso la poesia è un momento di sofferenza per lo studente, nel senso che viene imposta, mal insegnata e mal proposta. C’è un rimedio a ciò o questo processo è in un certo senso strutturale nel panorama scolastico italiano?

Questa domanda nasconde un leitmotiv un po’ pericoloso. Proprio io, che vado spesso nelle scuole da “intruso”, nei comodi panni dell’autore e dell’outsider, comincio a diffidare degli “esperti”, dei tecnocrati che vorrebbero intimidire gli insegnanti mostrando loro, con qualche ciclo trendy su giallo fumetto o poesia, come e cosa bisognerebbe offrire ai ragazzi per interessarli. Comincio a diffidare di loro, intendo, molto più di quanto diffidi degli insegnanti stessi. Ovvio che la scuola di massa ha problemi strutturali, e non può che tenerseli. Sarebbe già molto se, anziché esser costretta a introiettare di volta in volta le mode universitarie che passano sopra ai testi senza vederli (prima Croce, poi gli strutturalisti, poi l’ermeneutica, ecc. ecc.), potesse diventare un luogo dove si leggono a voce alta, si meditano e quindi si imparano naturalmente a memoria molti versi (e non molti commenti). La scuola italiana ha bisogno di storicizzare le materie scientifiche, e di destoricizzare quelle umanistiche. 

E gli editori italiani?

La sparizione progressiva di luoghi in cui la critica non sia pubblicità culturale, in cui l’editoria e l’università non stringano perverse alleanze tendenti ad escludere qualunque altro approccio, non si ferma certo sulle soglie della poesia. Vige qui la stessa crisi: con l’aggravante di una maggiore autoreferenzialità e deresponsabilizzazione. Quindi, i difetti tipici della cultura italiana, nell’editoria di poesia risultano ingigantiti. I libri Einaudi, in media, non valgono più di quelli di molte minuscole case editrici a pagamento.

Guardando fuori dai confini nazionali, conosci esempi virtuosi legati alla fruizione/insegnamento della poesia?

Non sono abbastanza attrezzato per rispondere. Diverse voci, però, mi sussurrano all’orecchio che i suddetti problemi non sono soltanto italiani. Diciamo che nella cultura anglosassone, nelle scuole anglosassoni (così deboli, sotto altri punti di vista) il primato della lettura diretta dei testi sembra aver garantito e garantire ancora un numero di lettori infinitamente più alto. Ma questo primato ha un’origine lontana: e riguarda la lettura diretta della Bibbia, le cui traduzioni, in Italia, ancora a metà Ottocento costavano il carcere ai diffusori. Un gap così antico non si recupera in fretta. E ora, forse, non si recupera più: dato che l’Italia sembra esser passata in un lampo dall’analfabetismo all’analfabetismo di ritorno dei festival della cultura.

ANTONIO GOTTI