Viaggi finiti e infiniti

Vorrei potermi concedere un vero viaggio in Italia. Un viaggio dove il tempo non si misura in ore, giorni, settimane, un viaggio fuori dagli itinerari consueti.
Il mio esempio di viaggiatore ideale (un non viaggiatore) potrebbe essere Jean Giono che nel 1953, a bordo di una Renault 4C decapottabile, andò alla ricerca delle origini piemontesi, regalo di un nonno carbonaro, e di tutti quei luoghi che aveva visto sui libri, letto, immaginato.
Dalle pagine del libro si legge che Giono vide Bologna solo di notte, ma che ebbe il tempo di ammirare quello che definì «il più straordinario monumento ai morti che esista. Orribile, ma perfetto»: si riferiva al Sacrario dei Caduti in piazza Nettuno.

Ma è un altro, il libro che vi suggerisco, un libro pervaso dal desiderio di scoperta, Il bambino che sognava l’infinito, in catalogo per Salani.
Un testo breve che racconta le passeggiate domenicali di un padre e di un figlio, passeggiate sempre uguali tra pioppi, tremuli, biancospini e grandi spazi di fieno verde.
Uguali fino al giorno in cui il bambino sale su un albero per vedere più lontano, per andare con lo sguardo oltre il già visto.
Ma il ramo non è abbastanza alto e al ragazzo rimane il rammarico di non avere visto abbastanza.

E con il desiderio di poter guardare l’infinito si addormenta: il sogno sarà in grado di realizzare il suo desiderio e lo farà viaggiare, come un novello Nils Holgersson, alla scoperta di valli e di fiumi, di laghi e di città, di montagne e di mulini a vento.
Lieve e composto, garbato e profondo, il libro ci riporta la raffinata poetica bucolica del Jean Giono di L’uomo che piantava gli alberi.
Silvana Sola