Un metro e mezzo di profondità

Quando andai al cinema a vedere il film Fuga di mezzanotte, l’empatia che si era creata con il protagonista era tale che il dolore fisico/psicologico da lui subito nel carcere turco, era diventato il mio dolore. Ho seguito con apprensione le varie fughe cinematografiche da Alcatraz, ho ringraziato quel professore che, alle superiori, ci mostrò Nick Mano Fredda, con uno straordinario Paul Newman.
Le storie della vita carceraria fatta di soprusi, di violenza, di assenza di prospettiva, di non vita raccontate al cinema sono state occasione di riflessioni, obbligo a confrontarsi con quello che il grande schermo ci metteva di fronte.
Anche il bellissimo di libro di Louis Sachar, Buchi nel deserto, è diventato un film.

Non bello come il romanzo che lo scrittore americano diede alle stampe nel 1998 con il titolo Holes. Insignito di molti premi il libro arriva in Italia, nel catalogo Piemme, nel 2001.
Un paio di scarpe da ginnastica di una star del baseball, l’accusa di furto, sono la causa dell’internamento di Stanley in un centro di rieducazione per minori chiamato “Campo Lago Verde”. Il lago non esiste più e il campo è in un luogo arso dal sole dove i ragazzi sono stretti a scavare, ogni giorno, buche.
Acqua razionata, condizioni di vita difficili, una strana direttrice del carcere che va cercando qualcosa in quel deserto in cui i giovani carcerati lavorano senza sosta.
Una storia di detenzione, ma anche di amicizia, di fuga. Un plot narrativo che miscela elementi dell’oggi con un folle passato, utile per capire i fatti del presente.
Un romanzo in cui la condanna ingiusta, l’innocenza, il riscatto sociale, la punizione dei controllori sono occasioni per una scrittura alta, ottima nella traduzione di Laura Cangemi.
Da leggere e rileggere.
Silvana Sola