Shakesperare e la grammatica

“Avere o non avere, questo è il problema. Se la parolina che ci tormenta è voce del verbo avere, allora sì che ci vuole quella lettera muta e infida, la h di ho, hai, ha, hanno.
Non mi direte che non sapete distinguere un verbo, l’azione, il cuore della frase, da una preposizione?
Se dico: “Hai dato da mangiare ai cani?” non si può confondere la prima hai con quella del secondo ai. Riflettere, pensare: altro che dormire, sognare forse. Perché sopportare i segni rossi e blu degli insegnanti, le urla dei genitori, il disprezzo dei saputelli, quando basta un momento di riflessione per cacciare l’errore e le sue angosce? Oh, dimenticavo le esclamazioni! Oh, ah, ahi, ehi: sono verbi? Sono preposizioni? No di certo: ahimé, sempre piú infida è la h, che in questi casi segue la vocale, come un sospiro…”

Immaginate una classe che dopo aver visto in rete le diverse interpretazioni del celebre monologo (da quella  in bianco e nero da piglio nevrotico di Richard Burton, alle piú recenti in technicolor), prendesse sul serio sia Shakespeare che la grammatica. Sul serio e in modo ilare; sembra un ossimoro, ma fare la parodia è prendere sul serio un tema, un personaggio, è come la potenza sopra il numero, è qualcosa alla seconda.
Ho nostalgia della scuola, anche influenzata dai bei film di questa stagione. Il libro di Massimo Birattari offre molti spunti ad insegnanti impegnati a far guarire i ragazzi dalla congiuntivite,
e ad aiutarli ad entrare attraverso le parole e i segni nell’universo del senso.
La bella collana feltrinelliana di saggistica narrata ci ha regalato un altro libro prezioso.
Grazia Gotti