Settimana africana

Un articolo su Repubblica del 15 luglio, dedicato alla scomparsa dei predatori in Africa, a firma di Pietro Veronese, mi riporta in Africa. I miei viaggi in Africa sono, da un po’ di tempo, assai frequenti: viaggi brevi, brevissimi, dal divano agli scaffali, dalla poltrona al computer. Veronese, invece, è là, in Kenya, nel Masai Mala, e scrive per noi lettori: “La radio dei ranger porta una notizia ghiotta: avvistato un leopardo laggiù, in un angolo della pianura di solito poco battuto. Venti minuti dopo, il più elegante, elusivo, solitario, dei grandi predatori del Mara è accerchiato a debita distanza dai fuoristrada dei lodge turistici, pieni di occhi sgranati, bocche spalancate e teleobiettivi. Unica novità apparente, in questo spettacolo della natura che si ripete ogni anno nell’alta stagione, è la presenza crescente di occhi a mandorla. I cinesi, nuovi padroni dell’Africa, sono arrivati fin qui in numeri sempre maggiori”. I bianchi che arrivano qui non possono più sparare perché in Kenia la caccia è bandita dal 1979. Ma i bracconieri continuano a cacciare il rinoceronte per le presunte qualità afrodisiache del corno. L’Africa era apparsa sulle pagine della stampa mondiale il 9 luglio, per annunciare la nascita del paese più giovane del continente, il SUD SUDAN. Sarebbe bello leggere un romanzo per ragazzi capace di mettere in scena le mille contraddizioni di quella striscia di mondo: povertà, grandi giacimenti, capi dalle facce molto losche, diverse religioni, balli e felicità, esultanza e speranza per il futuro. Si potrebbero proporre come soggetto ai nostri scrittori “immergentì” come si definiscono gli autori per ragazzi dell’ultima vague, di cui è di nuovo la stampa a darci notizia. Baccalario, uno dei più prolifici degli immergenti, è già stato in Africa: come solista in La strada del guerriero, Premio Battello a Vapore 1998 e, in tempi più recenti, con il romanzo a più mani Il principe della città di sabbia. Nonostante queste incursioni, e nonostante il lavoro di Emanuela Nava, l’Africa contemporanea è ancora misconosciuta ai nostri ragazzi. Non è così per le letterature dei paesi ex colonialisti, o per paesi molto aperti alla cultura mondiale come il Canada. Alessandra Valtieri ha letto il romanzo di argomento africano entrato nella sestina del Carnegie: “Onesto, coraggioso e devastante, è stato giudicato Out of the Shadows, straordinaria opera prima di Jason Wallace pubblicato nel 2010 da Andersen Press e vincitore del Costa Children’s Book Award. Un libro che racconta lo Zimbabwe degli anni Ottanta, subito dopo la fine della guerra che fece dell’ex Rhodesia uno dei tanti paesi in cui le speranze di un nuovo corso si frantumarono sotto il peso dei nuovi poteri che, più o meno coscientemente, fomentarono il desiderio di rivalsa, l’odio dei bianchi per i neri vincitori, l’odio delle tribù leali ai colonialisti per i rivoluzionari; più semplicemente l’odio. Sono le memorie dei tempi del college di Robert Jacklin a consegnarci un quadro lucido, impietoso e disincantato di una società che non ha saputo guardare avanti, della mostruosità della miopia di chi, da una parte e dall’altra, dimentica i figli e lascia che si perdano nella storia.” Jason, classe 1969, è nato a Londra ed è cresciuto in Africa. Là ha frequentato il college ed ora è giramondo. Lauren St John, al contrario, è nata in Africa e si è poi trasferita in Cornovaglia. Lauren ha studiato giornalismo, scrive di golf e di musica e per i ragazzi è autrice di una fortunata serie “africana” in parte tradotta da noi da Piemme.

La voce della giraffa bianca non è un capolavoro, soffre per una traduzione molto bislacca, ma nonostante ciò è un buon biglietto d’ingresso per una certa Africa, quella delle riserve a cui si accennava all’inizio del post, senza però i cinesi che sgranano i loro occhi a mandorla per osservare i grandi predatori. Nel romanzo di Lauren sono gli occhi di una bambina inglese planata in una riserva del Sudafrica ad accompagnarci in un altrove ricco di fascino e di pericoli, di buoni e cattivi, di magia, di realismo e di fantastico montati in alternanza. Nato a Bologna, trasferitosi in Inghilterra per gli studi universitari, Enrico Vecchi ha poi girovagato per il mondo. Della sua Africa possiamo leggere Juma il bambino che voleva lavorare. Il libro, stilisticamente, non è un capolavoro, risente dell’urgenza di dire, di informare, di condividere conoscenza, assomiglia ad un trattamento per il cinema. Enrico, infatti è sceneggiatore e regista, oltre che attore interprete di gustosissimi cortometraggi prodotti in Spagna, penultima sua patria. Attualmente lavora per Bollywood e speriamo che presto ci regali una bella storia indiana. Juma è uno dei tanti bambini di strada che cerca una possibilità di esistenza nel lavoro. Molti bambini, in Africa, fanno la guerra. Le stime parlano di 3oo mila bambini in armi. Una delle foto pubblicate a pagina 12 da Il Corriere della Sera di domenica 17 luglio ne ritrae uno molto piccolo.
Sotto la sua foto quella di Monsignor Cesare Mazzolari, comboniano di Brescia, morto sabato, 16 luglio, mentre celebrava la messa alle 8 del mattino. Era “sudanese” da trent’anni, sarà sepolto nella cattedrale di Rumbek. I Padri comboniani ci dichiararono la loro stima e il loro affetto per la raccolta di poesie africane Tamburi parlanti, pubblicate da Giannino Stoppani edizioni, nel 1995. Erano attenti alle piccole cose, ed io ne fui onorata.
Oggi è il genetliaco di Nelson Mandela, 93 anni, auguri!
Leggi Antonio Gotti in ABC Africa Books Children, Giannino Stoppani edizioni, 2011.
Grazia Gotti