Serigrafia

Francesca Fantappiè  inaugura una nuova rubrica dedicata alle tecniche.
Francesca ha frequentato il modulo illustrazione dell’Accademia Drosselmeier e gentilmente  mette a disposizione degli affezionatissimi lettori di Zazie le sue conoscenze. Nel tempo presenteremo i lavori di tanti artisti che si avvalgono di tecniche diverse. Abbiamo in mente una mostra dal titolo “Tecniche” e, soprattutto, maxi laboratori per ragazzi dove le mani, i materiali, gli antichi processi, tornino attuali.
Come lettura per l’estate consigliamo la riflessione di Antonio Faeti La via della sgorbia, Giannino Stoppani edizioni.

Quasi ninna quasi nanna di Mariana Chiesa per Orecchio Acerbo è un libro sorprendente. Un libro accogliente e coraggioso che sceglie una tecnica antica (la serigrafia) per parlare di un gesto antico: la ninna nanna. Gesto antico, ma allo stesso tempo attuale, se è vero che tuttora con le tecniche serigrafiche industriali si producono magliette, mentre non esiste genitore (mamma, babbo, tata o nonna) che non abbia mai cantato una ninna nanna al proprio bambino. O esiste? Se esiste, e speriamo di no, vi preghiamo vivamente di non farcelo sapere.
Ma cos’è la serigrafia? La serigrafia è una tecnica di stampa artistica che fa uso, come matrice, di un telaio serigrafico (ossia un telaio all’interno del quale è tesa una tela). Per cercare di essere più chiari, diremo che ogni tecnica di stampa artistica si distingue dalle altre in base alla matrice usata per produrre l’immagine: nell’incisione e nell’acquaforte avremo lastre di rame o di zinco, nella litografia saranno di pietra, nella xilografia di legno, nella linoleografia di pelle/linoleum. Per produrre un’immagine si possono usare più placche/matrici, combinando gli effetti tra loro, oppure usare una matrice sola riducendo l’immagine ogni volta che si cambia colore (reduction printing). Più difficile a spiegarlo che a farlo, ma nel caso foste persone più portate alla pratica che alla teoria e vi ostinaste a voler capire il meccanismo, potreste provare a sperimentare a casa vostra, usando come matrice una patata (divisa in due e intagliata nella superficie piatta) e comunissimi colori a tempera. Il risultato non è assicurato, ma il divertimento sì.

Per ogni tecnica di stampa il colore viene steso sulla matrice attraverso metodi diversi: nell’incisione si usa un tampone, mentre nella linoleografia un rullo. Nei due casi suddetti, di norma, il supporto sul quale si vuole riprodurre l’immagine e la matrice vengono fatti scorrere attraverso un torchio, mentre nel caso della serigrafia il torchio non è necessario: per far passare il colore attraverso il telaio serigrafico si usa una spatola che si posiziona nella parte alta dello stesso, facendola poi scorrere per tutta la sua lunghezza in maniera che l’inchiostro passi sul supporto desiderato (quello su cui vogliamo riprodurre l’immagine per intenderci e che metteremo sotto il telaio). L’immagine ottenuta sarà monocromatica, ma volendo inserire un altro colore, passeremo su di essa altro inchiostro utilizzando un’altra matrice, e così via, fino ad ottenere l’immagine finale. Sovrapporre troppi colori, oltre che essere tecnicamente difficile, può risultare controproducente. Di norma si parte dai colori più chiari per passare via via a quelli più scuri. Le matrici, una volta ripulite, potranno essere riutilizzate all’occorrenza per produrre un’altra immagine identica alla prima, anche se identica non sarà mai. Ed è proprio questo il bello. Un’immagine si può riprodurre innumerevoli volte, ma non sarà mai la stessa. A volte può essere una piccola sbavatura di colore, a volte un’increspatura della carta che farà la differenza, a volte sarà la tonalità dell’inchiostro a variare, oppure il modo in cui si è steso: anche calcolando minuziosamente ogni passo in precedenza, ci sarà sempre una parte del lavoro, durante il processo di stampa, che sarà determinato dal caso. Ed è proprio quest’imponderabile casualità a dare al risultato finale un’immancabile freschezza.

Le possibilità di combinazione, pur essendo innumerevoli, non sono infinite, ecco l’altro fondamentale pregio della stampa artistica: la sua finitezza. In un mondo in cui vorremmo fare e sperimentare di tutto, illudendoci davvero che sia possibile, la stampa artistica ci riporta alle origini del processo creativo, facendoci sperimentare nel concreto che la realtà è un’altra: non si può fare tutto. È una tecnica che non permette di essere realistici (nel senso di fotografici), perché è il mezzo stesso che impedisce di arrivare a quella definizione esageratamente calligrafica e analitica che, volendo, si può ottenere con le tecniche di riproduzioni digitali. Inoltre l’impossibilità di tornare indietro (una volta stampata l’immagine non si può cancellare) ci impone di osservare il nostro prodotto e valutarne pregi e difetti. Difetti che talvolta rendono l’immagine ancora più bella. Insegna ad avere fiducia nella casualità, a non tenere ogni passo del processo creativo sotto controllo. Insegna a divertirsi, a giocare, a lasciarsi andare.
E Mariana Chiesa in questo libro mostra una grande abilità e dominio delle tecniche di stampa serigrafica, avendone saputo sfruttare a pieno le potenzialità per creare un’atmosfera allo stesso tempo onirica e giocosa. Una maestria che si rivela nella sapiente selezione dei colori, dalle tonalità intense, ma trasparenti. Per ogni tavola le campiture monocrome si sovrappongono per creare tavole a più colori, a volte giocando sulle variazioni tono su tono (blu oltremare, blu di cobalto, bianco, con verdi grigiastri per i mezzi toni e gialli trasparenti per le luci), altre volte sfruttando l’accostamento di colori complementari (blu vs arancione/giallo; verde chiaro vs rosso acceso). Sono rare le tavole in cui vengano associate più di due gamme cromatiche (si veda l’immagine del ghepardo) e anche in questo caso la scelta ricade solo su tre colori, quelli primari, giallo, rosso e blu, creando un contrasto di colori forte e stridente, a paragone con le altre tavole, ma perfettamente congeniale al soggetto e al testo (cfr. “Quasi ninna, quasi nanna. Laggiù nella selva la mamma è capanna. Sguardo di belva che c’è s’allontana”). La tonalità dominante del libro rimane quella della copertina: l’atmosfera rassicurante e bluastra di una notte passata cullati tra le braccia di una mamma. La sapiente successione delle tavole in base alla loro resa cromatica e al soggetto (tavole tono su tono alternate a tavole di complementari, soggetti statici alternati a soggetti in movimento) restituisce il ritmo di una ninna nanna, la sensazione di essere trasportati da un’onda che sale e che scende.

Se però non riuscite a farvi cullare troppo a lungo e volete cimentarvi nell’impresa di penetrare il mistero di quest’arte, giocando a confrontare le diverse varianti di una stessa immagine, vi suggeriamo di visionare il sito della stamperia e galleria d’arte Squadro di Bologna, dove alcune tavole sono state esposte in una mostra del 2011. Da lì potrete notare come l’autrice abbia optato per una differente scelta cromatica una volta che le immagini sono state destinate alla pubblicazione. Se prendiamo le pp. 8/9 (testo: “di chi sono i sogni?”) vedremo che la tavola esposta in galleria usa giallo e rosso, con macchie di luce biancastra sullo sfondo, mentre nel libro si gioca sul contrasto dei toni freddi di blu e celeste con i colori caldi di arancio, rosso e marrone. Così vale per le pp. 10/11 (testo: “che nessuno vuole?”), dove in galleria sono visibili due versioni cromatiche (una gialla e l’altra verde-grigio), mentre l’immagine del libro ha le tonalità di blu e celeste, ricollegandosi così all’atmosfera bluastra del resto dell’opera. Un confronto che non fa che confermare l’impressione iniziale, ossia la straordinaria maestria dell’autrice nella scelta degli accostamenti cromatici di tutta l’opera. Non ci resta, quindi, che augurarvi buona visione e buon divertimento, facendovi cullare dalla lettura di questo splendido libro.
Francesca Fantappiè