Seriale

Nelle ultime lezioni del modulo dedicato alla letteratura abbiamo affrontato la scrittura seriale.
Mentre parlare di buoni libri, di autori, mi entusiasma sempre, anche quando la stanchezza, le troppe cose da fare e le preoccupazioni mi assalgono, dedicarmi a questa produzione mi affatica e, in un certo senso, mi fa provare sofferenza. Chi ama i libri conosce quella particolare gioia, euforia, senso di piacere diffuso, che provocano una pagina ben scritta, una bella illustrazione, una elegante copertina, una bella carta, il rigore grafico, lo stile.
Per la letteratura seriale accade proprio il contrario: l’eccesso di colori, l’uso del luccichio, una raffigurazione dei corpi standardizzata, respingono il lettore che ha gusto per le cose sobrie.
Ma i ragazzi a quale gusto estetico si appellano? La discussione è apertissima e gli studenti partecipano con passione. Poi occorre leggerli, ma proprio tutti? chiedono gli studenti. Sì per poi mettere a punto strumenti ermeneutici. Beatrix Potter era letteratura seriale? Ho risposto che quello della Potter è un mondo, come quello del Dr. Seuss, mondi che continuano a dire quello che hanno da dire, come tutti i classici. Babar era seriale? 
Tante domande e provvisorie risposte. Da vecchia libraia che ha visto passare infinite serie, penso che da qualche anno troppi editori rincorrono la serialità.  Ad esempio lo scaffale che vede per le ragazzine insieme Fabbri, Einaudi, El, forse è un segnale di uniformità.
Le giovani lettrici amerebbero anche l’incongruo, il fantastico, il perturbante, così come un documentato realismo. Ecco non trovo sufficienti dosi di questi ingredienti in molte di queste storie. Una voce mi parla in questo coro: è quella di Valentina, il personaggio di Angelo Petrosino, che tiene lo scaffale da più di un decennio.
Grazia Gotti