“A un certo punto Gigino che si dava una cert’aria per essere il figlio di uno dei capi del partito socialista, entrò a parlare del primo maggio, della giustizia sociale e di altre cose delle quali aveva sentito parlare spesso in casa e che aveva imparato a ripetere pappagallescamente: ma ad un tratto uno della comitiva, un ragazzaccio tutto strappucchiato gli rivolse a bruciapelo questa inopportuna domanda:
– Tutti bei discorsi; ma che è giusta, ecco, che tu abbia una bottega piena di paste e di pasticcini a tua disposizione, mentre noi poveri non si sa neppure di che sapore le sieno? –
Gigino a questa inaspettata osservazione rimase male. Ci pensò un poco e rispose: – Ma la bottega non è mica mia: è del mio babbo!… – E che vuol dire? – ribatté il ragazzaccio. – Non è socialista anche il tuo babbo? Dunque, oggi che è la festa del
socialismo dovrebbe distribuire almeno una pasta a testa a tutti i ragazzi, specialmente a quelli che non ne hanno mai assaggiate… Se non comincia lui a dare il buon esempio non si può pretendere certo che lo facciano i pasticcieri retrogradi!… –
Questo tendenzioso ragionamento ebbe la virtù di convincere l’assemblea e tutta la comitiva si mise a urlare: – Ha ragione Granchio! (Era questo il soprannome del ragazzaccio tutto strappato) Evviva Granchio!… – Gigino, naturalmente, era mortificato perché gli pareva, di fronte, a tutti quei ragazzi, di farei una cattiva figura, e
non solo lui ma anche il suo babbo; sicché si struggeva dentro di trovar qualche ragione colla quale ribattere il suo avversario, quando gli venne una idea che da principio lo spaventò quasi per la sua arditezza, ma che gli apparve poi di possibile esecuzione e l’unica che avesse la virtù in quel frangente di salvare la reputazione politica e sociale sua e di suo padre.
Aveva pensato che in quel momento il suo babbo era alla Camera del Lavoro a fare un discorso, e che le chiavi di bottega erano in casa, nella sua camera, dentro il cassetto del comodino.
– Ebbene! – gridò. – A nome mio e di mio padre vi invito tutti nel nostro negozio ad assaggiare le nostre specialità… Ma intendiamoci, eh, ragazzi! Una pasta a testa! –
L’umore dell’assemblea si mutò come per incanto e un solo grido echeggiò, alto, entusiastico, ripetuto da tutte quelle bocche in ciascuna delle quali serpeggiava la medesima acquolina tentatrice.
– Evviva Gigino Balestra! Evviva il suo babbo! –
E tutti quanti mossero dietro di lui, compatti con l’ardore e la velocità di un eroico drappello alla conquista di una posizione lungamente vagheggiata o il cui possesso si presenti a un tratto privo dì ogni ostacolo.
– Sono una ventina fra tutti – pensava intanto Gigino – e per una ventina di paste… mettiamo pure una venticinquina… dall’esserci al non esserci, in bottega dove ce ne sono a centinaia, nessuno se ne può accorgere… In verità non varrebbe la pena che per una simile miseria compromettessi il mio prestigio, quello di mio padre e perfin quello del partito al quale apparteniamo! –
Arrivati in città Gigino disse ai suoi fedeli seguaci:
– Sentite: ora vo a casa a pigliar le chiavi di bottega… fo in un lampo. Voialtri intanto venite dall’usciolino di dietro… ma alla spicciolata, per non dar nell’occhio!
– Bene! – gridarono tutti. Ma Granchio osservò: – Ohé!… Non ci farai mica la burletta, eh? Se no, capisci?… – Gigino ebbe un gesto di grande dignità: – Sono Gigino Balestra! – disse – e quando ho dato una parola si può esser sicuri! –
92Andò lesto lesto a casa, dove c’era la sua mamma e una sua sorellina; senza farsi vedere sgusciò in camera del babbo, prese dal cassetto del comodino le chiavi di bottega e ritornò via di corsa lanciando alla mamma queste parole:
– Vo con i miei compagni, ma tra poco ritorno a casa! –
E se n’andò difilato al negozio, guardando a destra e a sinistra per paura che qualche persona di conoscenza della sua famiglia avesse a sorprenderlo durante quella manovra.
Aprì la porta scorrevole di ghisa e la tirò su tanto da potere entrare in bottega, e una volta dentro la richiuse. S’era provvisto in casa di una scatola di cerini e con essi accese una candela che il babbo teneva sempre vicino alla porta; così trovò il contatore del gas, l’aprì, e accese poi le lampade della pasticceria; e fatto questo andò ad aprir l’usciolino dietro il negozio che dava in un vicolo poco frequentato.
Da quell’usciolino incominciarono a entrare i compagni di Gigino, a uno, a due a tre… – Mi raccomando – badava a ripetere il figlio del pasticcere. – Uno per uno… al più due… Ma non mi rovinate! – Ma a questo punto è meglio che lasci la parola allo stesso Gigino Balestra che essendo stato il protagonista di quella
avventura comica e tragica a un tempo, la racconta certamente meglio di quel che potrei fare io. – Lì per lì – dice Gigino – mi parve che il numero dei miei compagni fosse molto cresciuto. Il negozio era addirittura invaso da una vera folla che bisbigliava girando intorno sulle paste e sulle bottiglie de’rosolii certi occhi che parevan di fuoco. Granchio mi domandò se potevano prendere una bottiglia di rosolio, tanto per non murare a secco, e avendo acconsentito, me ne versò gentilmente un bicchiere pieno dicendo che il primo a bere doveva essere il padrone di casa. E io bevvi e bevvero tutti facendomi dei brindisi e invitandomi e ribere, sicché si dovette stappare un’altra bottiglia… Intanto anche le paste sparivano e i più vicini a me ne offrivano dicendomi: – Prendi, senti com’è buona questa, senti com’è squisita quest’altra – proprio come se loro fossero stati i padroni della pasticceria e io il loro invitato. Che vuoi che ti dica, caro Stoppani? Si arrivò a un punto che io non capivo più nulla; ero esaltato, mi sentivo addosso un ardore e un entusiasmo che non avevo provato mai, mi pareva d’essere in un paese fantastico tutto popolato di ragazzi di marzapane col cervello di crema e il cuore di marmellata uniti da un dolce patto di fratellanza condita con molto zucchero e rosolio di tutte le qualità… E ormai anche io seguitavo come tutti gli altri a mangiar paste a quattro ganasce e a vuotar bottiglie e boccette di tutti i colori e di tutti i sapori volgendo delle occhiate di beatitudine in quel campo aperto alla baldoria nel quale si agitavano come fantasmi tutti quei ragazzi che ogni tanto urlavano a bocca piena: – Evviva il socialismo! Evviva il primo maggio! – Io non ti so dire quanto durasse quella grande scena d’ogni dolcezza e d’ogni letizia… So che a un certo punto la musica cambiò a un tratto e una voce terribile, quella di mio padre, rimbombò nel negozio gridando: – Ah, razza di cani, ora ve lo dò io il socialismo! – e fu un diluvio di scapaccioni che piovve da tutte le parti fra le grida e i pianti di tutta quella folla di ragazzi ubriachi che si accalcava confusamente verso la porticina cercando di fuggire. Io ebbi un momento di lucido intervallo nel quale, con un volger d’occhi, abbracciai quel quadro bizzarro e sentii in un lampo tutta la terribile responsabilità che mi pesava… Il banco prima cosparso di centinaia di paste tutte messe per ordine era vuoto, gli scaffali attorno erano tutti in disordine e vi si affacciavano qua e là i colli di bottiglie rovesciate dalle quali colavano giù rosoli e sciroppi, in terra era un piaccichiccio di pasta sfoglia pesticciata, dovunque sulle sedie, nelle cornici degli scaffali e del banco eran bioccoli di crema e di panna sbuzzata fuori dalle meringhe, e ditate di cioccolata… Ma fu solo, come ho detto, in un lampo ch’io intravidi tutto questo, perché un maledetto scapaccione mi fece rotolar sotto il banco e non vidi né sentii più nulla. Quando mi svegliai ero a casa, nel mio letto, e accanto a me c’era la mia mamma che piangeva. Mi sentivo un gran peso nella testa e sullo stomaco… Il giorno dopo, 2 maggio, il babbo mi dette due once d’olio di ricino; la mattina di poi, tre maggio, mi fece vestire e mi portò qui nel collegio
Pierpaoli… – Cosi Gigino Balestra ha concluso il suo racconto, con un accento comicamente solenne che mi ha fatto proprio
ridere. – Vedi? – gli ho detto. – Anche tu sei vittima, com’è accaduto a me in più circostanze della vita, della tua buona fede
e della tua sincerità. Tu avendo il babbo socialista hai creduto nel tuo entusiasmo di dover mettere in pratica le sue teorie distribuendo i pasticcini a que’ poveri ragazzi che non ne avevan mai assaggiati, e il tuo babbo ti ha punito… È inutile: il vero torto di noi ragazzi è uno solo: quello di pigliar sul serio le teorie degli uomini… e anche quelle delle donne! In generale accade questo: che i grandi insegnano ai piccini una quantità di cose belle e buone… ma guai se uno dei loro ottimi insegnamenti, nel momento di metterlo in pratica, urta i loro nervi, o i loro calcoli, o i loro interessi. Io mi ricorderò sempre d’un fatto di quando ero piccino… La mia buona mamma, che pure è la più buona donna di questo mondo, mi predicava sempre di non dir bugie perché a dirne solamente una si va per sette anni in Purgatorio; ma un giorno che venne a cercarla la sarta col conto e che lei aveva fatto dire dalla Caterina che era uscita, io per non andare in Purgatorio corsi alla porta di casa a gridare che non era vero nulla e che la mamma era in casa… e in premio d’aver detto la verità ci presi un bello schiaffo.”
Testo tratto da Vamba, Il giornalino di Gian Burrasca, Marzocco, Firenze 1953