Perché la rivoluzione è una patria e una famiglia…

Sono in convalescenza e questa strana condizione, offerta da un intervallo più lungo del previsto, mi regala tempo. Tempo per leggere, per guardare, per cercare, per mettere in moto relazioni, intrecci, confronti. Ho appena finito di leggere il nuovo libro di Marcello Fois, Nel tempo di mezzo, edito da Einaudi, un libro importante, profondo, un libro in cui la natura e l’esistenza si confrontano, in un quotidiano carico di phathos e di parole che cambiano la vita e la storia.
E attraverso traiettorie difficili da dichiarare dopo la bella prosa di Fois mi è venuto il desiderio di rileggere Capitani della spiaggia di Jorge Amado, in catalogo per Garzanti dal 1988. La Sardegna del romanzo di Marcello è sicuramente lontana dal porto di Bahia, le cavallette che insidiano i raccolti e la vita della gente, nulla hanno da dividere con i magazzini che ospitano dei ragazzini dagli 8 ai 16 anni, abbandonati ad un destino di strada, diventati una “piaga” per la società civile brasiliana. Il testo di Amado è del 1937, un libro in cui il grande scrittore sudamericano racconta di una società nemica dell’infanzia e dell’adolescenza, una società capace di giudicare e non di offrire aiuto, assistenza, amore. I ragazzini di Amado come i bambini delle fogne di Bucarest, come quelli che sono spariti dai campi profughi in Italia, come quelli che muoiono per le strade della Siria, come tutti quelli che non hanno diritto ad un’esistenza in tante parti del mondo. E’ un ragazzino cresciuto in orfanotrofio anche il protagonista del romanzo di Fois, un ragazzino che dalla condizione di essere figlio di NN, si ritrova un nome, un’appartenenza dichiarata, una possibilità e forse un nuovo status. Sfuggono, invece, all’orfanotrofio e al riformatorio i bambini di Amado, prepotentemente dichiarano la loro presenza, creano rumore, fanno chiasso. Cercano disperatamente di rendere visibile, con fantasia, la loro “invisibilità” e di trovare alleati in un Brasile chiuso da una morsa di oppressione e di cecità.
Dal “Jornal da Tarde”, 1937:
“Il nostro cronista ha ascoltato anche il racconto del piccolo Raul che, come abbiamo detto, ha undici anni ed è uno degli studenti più diligenti del Ginnasio Antonio Vieira. Raul ha dimostrato grande coraggio e ci ha riferito la sua chiacchierata con il terribile capo dei “Capitani della spiaggia”- Lui ha detto che ero tonto e che non sapevo neppure cos’è giocare. Io gli ho risposto che ho una bicicletta e un sacco di giochi. Allora lui s’è messo a ridere e ha detto che ha la strada e la banchina. A me m’è piaciuto, sembra uno di quei ragazzi del cinema che scappano di casa per andare in cerca di avventure…- ”

Silvana Sola