Pensando a Mario e alla cultura pedagogica italiana

Ascoltando le parole di quanti ieri alla radio hanno ricordato Mario Lodi, leggendo gli articoli sulla stampa quotidiana, mi sono ritornati tanti pensieri sulla scuola, sui libri, sulla lettura, sul pensiero pedagogico.
Mario era molto letto a scuola, il suo Cipì è un long seller che si attesta accanto a libri come Favole al telefono, ed è legittimo considerarlo un classico contemporaneo. Ma più che dalla letteratura la notorietà di Mario deriva da quell’aura di maestro che ha osato immaginare una scuola diversa, una scuola che pone il bambino al centro e gli dice disegna, colora, dipingi, scrivi, fai il giornalista, il cronista della tua vita. Ha poi trovato in casa Einaudi, anche lui come Rodari, gli interlocutori per il suo Il paese sbagliato. Il ricordo di Mario risale ad una fiera del libro per ragazzi di una decina di anni fa. Era l’ultimo giorno di fiera, ero delusa e amareggiata perchè molti editori stranieri avevano smantellato gli stand prima del tempo convenuto.
Avevo sulla mia lista ancora alcuni titoli da ritrovare. Mario non capiva il mio disappunto, mi guardava con sorpresa e meraviglia e mi disse che in tanti anni di fiera non aveva mai visitato i padiglioni degli stranieri. Fu in quel momento che capii che l’amore degli einaudiani per le scuola della maestra Maltoni e quella di Mario, si fermava ad alcuni aspetti, pure importanti, ai principi di scuola attiva che vede il bambino produttore di cultura, ma dal mio punto di vista una cultura che se da un lato salvaguarda le radici, tiene anche ancorati, a volte troppo chiusi nel recinto della propria tradizione e poco si apre al confronto con il mondo. Io ho sentito che gli einaudiani non hanno mai sposato una pedagogia moderna, aperta al mondo, alle arti, alla cultura, alla tecnologia, al futuro, senza abbandonare la tradizione, sono stati un po’ troppo di sinistra come di chiesa, è mancato lo spirito più aperto della fenomenologia, non hanno letto Bertin, non hanno fatto propria la sua lezione. Sono rimasti nei padiglioni italiani, senza mai avere la curiositá di varcare altre soglie.
Grazia Gotti