“L’uomo il cui nome è detto resta in vita”

“Mai lasciarsi spaventare dalla parola” ci ricorda Gianni Rodari, anche se la parola è difficile, anche se mal pronunciata cambia il senso delle cose o forse anche delle storie. Parla della sua terra Gianni Rodari in C’era due volte il barone Lamberto, parla del lago d’Orta e dei fiumi indisciplinati che faticano a trovare, a valle, la strada per il mare Adriatico. Parla di un’isola e di un vecchio, anzi del vecchissimo, ricchissimo, acciaccatissimo Barone Lamberto. Parla delle follie dei potenti, dell’aspirazione alla vita eterna e a una giovinezza che non si possiede più. Racconta di Sfingi e di nomi che, ripetuti all’infinito, producono un processo di ringiovanimento senza l’ausilio della chirurgia estetica. Lamberto ritrova i suoi capelli, la pelle perde l’aspetto incartapecorito delle mummie egizie, le sue gambe riprendono vigore, i suoi occhi ricominciano a guardare. Gli anni cadono dal suo corpo e da vecchio si ritrova anziano,

e poi uomo maturo, giovane signore, ragazzo di belle speranze e poi adolescente curioso. E all’adolescenza si ferma, e, per Lamberto, la vita ricomincia a tredici anni. Il libro, opera complessa capace di giocare con la vita e con la morte, esce, senza illustrazioni, nel 1978. Sarà il tratto colto e sapiente di Fedrico Maggioni ad accompagnare, per primo, il racconto lungo di Gianni Rodari nel 1992. Oggi, sugli scaffali, nel catalogo Einaudi Ragazzi, due versioni illustrate che portano una la firma di Altan impegnato a dare corpo ad un Lamberto pieno di colore, in un mondo di cui è protagonista un Cipputi meno arcigno, quasi gioviale. L’altra ha i tratti lievi e decisi di Bruno Munari, l’essenzialità di un bianco e nero che stupisce, con caratteri e scritte che sono segno e disegno.

Silvana Sola