Lisbeth, Kate, Antonella e il Pifferaio

“Da più di due secoli esiste la Storia della letteratura per l’Infanzia, e di essa la Zwerger fa parte, non solo perché contribuisce notevolmente ai suoi attuali sviluppi, ma soprattutto perché in essa colloca tutta se stessa” ( Antonio Faeti ). Al repertorio delle fiabe classiche Lisbeth ha sempre attinto, sin dai suoi esordi, rischiando l’inattualità. Guardava al classico, non era “moderna”, era delicata, sfumata, “sussurrante”, per ritornare al memorabile saggio di Faeti in C’era una volta, edizioni Giannino Stoppani, 1989.
“L’anti-natura di Lisbeth Zwerger è uno dei fondamenti del suo stile: i suoi personaggi sono di porcellana come i monti e le case. Se un’etica appare qui “naturale” è perché si è riusciti a tradurla in una formula in cui essa coincide con l’eleganza”. Con la consueta eleganza Lisbeth ha attraversato lupi, antri di streghe, interni biedermeir, deserti e abissi, per approdare ora alla figura del Pifferaio per le edizioni Nord Sud.

L’ universo infestato dai topi, l’atmosfera cupa del racconto, non piegano il suo stile, la sua
eleganza, come non si piegò la grazia femminile di Kate Greenaway nell’illustrare il Pifferaio di Robert Browning, nel 1888. Kate Greenaway retrodatò i suoi bambini e i costumi a fine Settecento, suscitando un ritorno anche nella moda dello stile Regency.

In casa Topittori, invece, si è optato per il bianco e nero di Antonella Toffolo e per il poeta Umberto Fiori come traduttore di Browning. La storia del Pifferaio di Hamelin è remota, si racconta e si reinterpreta, in libertà, perché gli archetipi, che sono i fondamenti, sono patrimonio di tutti e si donano volentieri agli artisti che ne mantengono viva la memoria.
Grazia Gotti