L’importanza dei nomi di battaglia

In un recente incontro con adolescenti è uscita una riflessione su identità e soprannome: nomi di nascita anagrafica e nomi attribuiti dagli amici, nomi che si indossano come un abito di ottima fattura e altri che pesano come un macigno, nomi che non possono essere pronunciati e altri scritti sui muri.
E i nomi mi hanno riportato ad  una ricerca iniziata nove anni fa, una ricerca confluita in Resistenza 60, l’antologia pubblicata da Giannino Stoppani, realizzata assieme ad un gruppo di studenti dell’Accademia Drosselmeier, nel 2005.
La ricerca continua, le letture non si sono mai fermate, per l’anno prossimo abbiamo in programma una nuova pubblicazione per ricordare la Lotta di Liberazione con nuovi contributi, nuovi sguardi, nuove riflessioni, nuove storie, nuovi percorsi da condividere con altri compagni di strada.
Salutiamo il 25 aprile, e i partigiani che ci hanno lasciato, con un piccolo dizionario dei nomi di battaglia.
“Per primo abbiamo trovato Al, il comandante Al, ovvero Vando Aldrovandi libraio, uomo dei libri, riferimento per chi i libri li ha letti, scritti editati, venduti.
Poi è venuto Aldo, nome di battaglia di un uomo che si è sentito partigiano dentro e fuori la lotta clandestina: Albe Steiner, commissario politico e addetto stampa durante la Resistenza, grafico, esempio di etica nei progetti di comunicazione visiva che hanno accompagnato la sua vita, ora sepolto sotto un blocco di granito sul quale è stato scritto – Albe Steiner, partigiano – .
Tra le carte è apparso il nome di Chicchi, vezzoso, infantile documento di falsa identità per la staffetta di Nilde Iotti, diventata poi paladina di lotte in difesa dei diritti delle donne assieme a Tina Anselmi, Gabriella nella Resistenza, sedute su banchi diversi nella sede del parlamento italiano.
Si chiamava Benigno il partigiano che all’anagrafe risponde al nome di Giuseppe Dossetti, onorevole e monaco, oggi sepolto nella terra di un piccolo cimitero in un posto della memoria chiamato Monte Sole, vicino al luogo della grande strage di Marzabotto.
Aveva un nome che ricordava il suo luogo di nascita il grande scrittore italiano partigiano a Sanremo e sui monti della Liguria: ieri era Santiago, oggi lo chiamiamo Italo Calvino e leggiamo i libri che ha scritto. (…)
Vivissima la memoria anche di molti del Ponente Ligure che al pronunciare del nome U megu improvvisano l’aria di Fischia il Vento, una delle canzoni simbolo della Resistenza scritta da Felice Cascione, il giovane medico e comandante partigiano, ucciso a soli venticinque anni nel cuneese.
Tanti invece i nomi usati da Enrico Mattei, combattente nelle file delle formazioni partigiane cattoliche, manager di Stato a guerra finita: Este, Monti, Leone, Marconi…
E poi diversi altri da cercare, da trovare, tanti da riempire un dizionario, il dizionario dei nomi di battaglia, tanti da scrivere affinché resti memoria. ” 
tratto da Resistenza 60°, Giannino Stoppani Edizioni, 2005