Li ha conosciuti uno per uno i ragazzi di Terezín Matteo Corradini.
Ha percorso le strade della fortezza, toccato gli angoli dei casermoni, i muri scrostati, sentito le pietre, e solo dopo ha iniziato a scrivere La repubblica delle farfalle, Rizzoli editore.
A Terezín c’erano i migliori inviati speciali, c’erano dei ragazzini che seppero guardare e ascoltare tutto e tutti, che cercarono di distinguere la verità dalla realtà.
E così la raccontarono, nei fogli di giornale che riuscirono a scrivere negli anni in cui restarono lì.
Terezín fu un campo di transito, si moriva anche li, ma non con la sistematicità organizzata dei campi di concentramento.
A Terezín poteva capitarti di morire perché avevi alzato lo sguardo, oppure avevi osato camminare sui marciapiedi. Era una morte esposta continuamente, non nascosta come quella delle camere a gas.
I bambini ne erano circondati, la respiravano, la raccontavano con disegni, poesie e scritti. Raccontavano la follia in cui erano precipitati tenendo le loro dita salde sull’orlo di qualcosa che sapevano li avrebbe risucchiati, ma volevano raccontarla la verità, volevano resistere con le parole a quell’orrore a cui molti preferirono girare le spalle, ieri come oggi.
“Era il giornale ad avere bisogno di noi. Vedem sono occhi che hanno visto, mani che hanno scritto, siamo noi.”.
Un lavoro splendido quello fatto da Matteo Corradini, compiuto con rispetto in punta di piedi, scivolando accanto a quei ragazzi che furono a dispetto della loro età adulti, che si raccontavano delle storie per sopravvivere, ma non credettero mai alle menzogne degli adulti.
Agata Diakoviez
Riportiamo qui le foto fatte all’incontro di ieri, in cui Matteo ci ha mostrato alcuni reperti raccolti nel suoi viaggi a Terezín. Oggetti che sono testimonianza della menzogna della menzogna (come il falso denaro creato appositamente), oggetti che ci raccontano storie, vere e tangibili di chi ha vissuto la tragedia, come le cartoline a Vera da parte del suo innamorato.