La locomotiva umana

“Un atleta dovrebbe correre con la speranza nel cuore i sogni nella testa e pochi soldi nelle tasche”, così aveva scritto Emil Zápotek nella sua autobiografia.

In questi giorni di cerchi olimpici, sponsor, smalti e show speriamo che resti un po’ di spazio in cui qualcuno ci racconti la fatica dello sport insieme alla gioia del risultato raggiunto grazie all’impegno e alla costanza.
Ci piacerebbe leggere cronache sportive appassionate più che gossip su baci rubati e amori traditi.
In un momento di crisi, non solo economica, leggere dei guadagni stratosferici degli sportivi di professione, dei costi per allestire uno spettacolo, che sembra si porti con se l’obbligo di superare il precedente, non aiuta né lo sport né le persone comuni.
Lo sport si sa, qualsiasi sport, quando si vince soprattutto, rende tutti partecipi, fa sventolare bandiere e cantare inni, e per alcune cause e paesi salire il gradino più alto del podio ha avuto un valore più alto dell’oro della medaglia conquistata.
Marco Franzelli, cronista sportivo, ha raccontato in un libro Zápotek pubblicato da Biancoenero editore, l’ascesa e il declino di uno dei più grandi corridori dell’età contemporanea: la locomotiva umana, così veniva chiamato Emil Zápotek, atleta cecoslovacco, nei tempi in cui di due paesi ne esisteva ancora uno solo.
Emil diviene corridore per caso, anzi scopriamo leggendo la storia che all’inizio cerca in tutti i modi di scansare questa “perdita di tempo, che in più distrugge le scarpe” come gli aveva detto prontamente suo padre che però gli da anche un altro ammonimento: “quando fai qualcosa, Emil, falla sempre bene”.

E’ così Zápotek diviene una leggenda, senza sponsor ma con un ombra forse ben più grande, quella del partito, che ne regola la presenza alle manifestazioni sportive.
Ogni vittoria diviene propaganda di ideali che la primavera di Praga mostrerà a tutti, Zápotek incluso.
Emil, durante quella primavera, cercherà di correre anche lui insieme ai giovani che chiedono un presente diverso per il suo paese.
Durante un’intervista rilasciata in quel periodo dirà: “rivendicavamo il diritto e la libertà di gestire un presente diverso… Abbiamo perso, ma il modo in cui è stata stroncata la nostra primavera appartiene alla barbarie”.
Gli fu imposto il silenzio e l’oblio, attese molti anni prima che il muro crollato gli restituisse la dignità della libertà.
E’ bella la storia di Zápotek e bene ha fatto Marco Franzelli a raccontarla, cercatela in libreria e leggetela in questo periodo insieme magari a Fuoco di Tahar Ben Jelloun (Bompiani, 2012) dove si racconta di altri ragazzi, di come Mohamed Bouazizi  divenne fiaccola per illuminare un’altra primavera, quella araba, di cui non potrà mai essere testimone.
Agata Diakoviez