Ricordo ancora la prima bicicletta. Ricordo le cadute, le ginocchia sbucciate, i tratti di strada da percorrere sempre più lunghi, la Graziella rosa, gli amici con cui condividevo i “piccoli” viaggi, la sensazione che la bicicletta mi aiutasse a raggiungere una maggiore autonomia.                  
Da grande ho letto con passione il poco che era stato scritto su Alfonsina Strada, la storia di una donna che, in sella alla sua bicicletta, supera divieti, regole, confini apparentemente inamovibili. Dichiara con le sue gambe muscolose, le mani strette sul manubrio, la fatica stampata sul volto, che una donna può essere ciclista come, più e meglio di molti uomini.
Ieri ho letto La bicicletta verde, il bel romanzo firmato dalla regista Haifaa Al Mansour, in catalogo per Mondadori.
Prima donna regista del suo paese, apprezzata in ambito internazionale, autrice di documentari e cortometraggi, Haifaa fa diventare libro il soggetto del film Wadjda, uscito nel 2012.
Nel libro il tempo storico è un altro, come altra è la geografia dichiarata, dalla pianura padana degli anni ’20 all’Arabia Saudita dei giorni nostri.
Il filo che unisce Alfonsina e Wadjda è la bicicletta.
Mezzo demoniaco, in mano ad una donna, dicevano quelli che vedevano sfrecciare il diavolo in gonnella, oggetto proibito nella società nella quale la protagonista de La bicicletta verde, vive.
Per Wadijda la bicicletta è il raggiungimento di un obiettivo, è un desiderio esaudito, è fare sentire la propria voce dichiarando il proprio pensiero.
“Per la prima volta in vita, Wadjda sentì la libertà del movimento puro e incontrollato, e conobbe la sensazione dell’usare la propria forza per girare la città velocemente. Il vento caldo le si infilava sotto il velo libero e spingeva i capelli indietro mentre lei sterzava dentro strade e vicoli, facendo su e giù dai marciapiedi. -Non perderò mai questa sensazione-, pensò…”
Silvana Sola