La bambina delle nuvole

Da quanti anni il popolo Sahrawi vive privato dei diritti civili, straniero nella sua terra, nel Sahara Occidentale, occupato dall’esercito marocchino? Da quanti anni una parte di questo popolo è confinato nei campi di Tindouf, nell’Hammada algerina, circondato da un deserto di pietra e sabbia, luogo avaro e inospitale?
Sono trascorsi oltre trent’anni: e ancora oggi il popolo Sahrawi dei campi sopravvive solo grazie agli aiuti umanitari internazionali.
Avevo sentito parlare del Fronte Polisario, ma non conoscevo l’esistenza di un popolo “ostaggio del deserto algerino” fino al giorno in cui non me parlò Veronica Olmi del Teatro Verde.
Poi ho letto La Bambina delle nuvole, Rizzoli e tra i molti ringraziamenti che l’autrice, Sabrina Giarratana, fa, il primo va a Giulia Olmi, sorella di Veronica, e membro del Cips, Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli. Coincidenze…
Nel libro, omaggio sincero, garbato, documentato, alle figure femminili che hanno contribuito alla “vita” del popolo Sahrawi si narra di mari lontani, di conchiglie della memoria, di tende accoglienti e di tazze di thè, di amicizie possibili, di geografie impossibili che si sostituiscono ad una cartografia in cui i confini sono tracciati da un potere sordo, despota e avido. Fili che si intrecciano per raccontare una storia di donne, di bambine, di sogni e di speranze.
Sabrina scrive di Aminatou e di Batika, di Mariem e di Jamila, delle ONG e di ciò che ha visto nel viaggio che l’ha portata davvero nella khaima, viaggiatrice attenta che non si spaventa di fronte alla guetma. La tempesta di sabbia passa, la sofferenza del popolo Saharawi rimane.
Nel libro, che dichiara il dolore di una vita negata, c’è la speranza del cambiamento:
“Luna rossa, mezza luna / Oltre il muro c’è una duna / C’è una terra che mi manca / C’è il mio mare, riva bianca/ Mezza luna, luna rossa / Fa che libera io possa / Ritornare alla mia terra / Nel mio mare, senza guerra”.

Silvana Sola