Kobane, la biblioteca che verrà

Come Jella Lepman volevano costruire una biblioteca, come Alia Muhammad Baker credevano nella potenza delle storie, nell’importanza dei libri.
Ma avevano in progetto, come il protagonista di  L’uomo che piantava gli alberi di Jean Giono, anche di piantare alberi, perché l’energia vitale della natura si diffondesse tra la popolazione.
E non si fermavano a questo: in cantiere anche un campo gioco per dichiarare il diritto all’infanzia e all’adolescenza.
Volontari della Federazione delle associazioni dei giovani socialisti si erano ritrovati a Suruc, città turca al confine con la Siria, al centro culturale “Amara” (parola che indica un gruppo di barche che viaggiano nella stessa direzione), ed erano lì a parlare, a lavorare, a condividere un’idea fatta di incontri, scambi e partecipazione, erano lì per mettere a punto il viaggio verso Kobane.
Per trentadue di loro la vita si è fermata assieme al pensiero di un mondo che avrebbe potuto essere migliore, si è fermata per mano di un kamikaze che si è fatto esplodere e in un attimo ha portato la morte, la devastazione, il dolore sordo di chi è rimasto in vita.
Ho cercato nei media notizie sulla storia dei ragazzi vittime della strage, trovando, per ora, poche informazioni.
Gad Lerner parla, giustamente, di desolante silenzio, io lo definirei assordante, perché ha, alle mie orecchie, lo stesso rumore devastante che immagino abbia accompagnato l’esplosione.
Per alleviare una sordità, fortunatamente non permanente, a volte i libri aiutano, non perché siano salvici in sé, ma perché possono servire per affrontare i momenti dolorosi della vita, come quelli felici e pieni di gioia.
Scrive Amos Oz: “le persone possono essere ammazzate come formiche. E anche gli scrittori non è difficile ucciderli. Ma non i libri. Per quanto sistematicamente si possa cercare di distruggerli, c’è sempre la possibilità che una copia sopravviva in un angolo di qualche sperduta biblioteca”.

Silvana Sola