Non avevo mai letto Alessandro Banda e sono davvero molto contenta di aver disobbedito all’obbligo  di leggere i libri ” di lavoro”. Appena finito vien voglia di andare a cercare gli altri libri di questo autore “provinciale”. Vive e insegna a Merano.
La sua lingua è bellissima, mai un fastidio, anche quando dice “culo”, belle le citazioni latine, le parole tedesche e quelle francesi. Ecco direi che l’aspetto polifonico del testo lo pone al riparo dalla noia linguistica di molti scritti italiani contemporanei. Altro aspetto davvero gradevole è la familiarità con i testi: Petronio, Agostino, Montaigne solo per dirne alcuni. Anche la familiarità con i testi critici è palese, mai pesante, accennata senza barbose ripetizioni. Mentre scrivo mi accorgo che il libro può essere inteso come una lezione, una lezione che si compone come una musica, o come un’opera teatrale, non un monologo, ma una voce sola che interpreta tanti personaggi. Ti par di vederlo Montaigne nella sua torre, così come Dante con Brunetto Latini. E ti risuona la voce di  Carlo Dionisotti, così bravo a scrivere, come a far lezione. Allora penso che si possa scrivere un libro così solo se si ama insegnare. Insegnare e coltivare il dubbio, sapere di non sapere, stupirsi, stare dalla parte di quelli che se ne vanno, come Thomas Bernard che non riusciva a capacitarsi del perché 
il nonno avesse ceduto alla lusinga del ginnasio. Anch’io sono andata al Ginnasio, la scuola dei bravi e dei ricchi. Io ero povera e brava a mio modo; a primavera della quinta ho inforcato la bicicletta e ho girato le spalle alla scuola. Pedalare in salita per attraversare il ponte sul fiume Reno, quel giorno, non mi sembrò faticoso.
Ma se avessi avuto Alessandro Banda come professore forse sarei rimasta.

Grazia Gotti