In ricordo di Guido Petter, nome di battaglia “Nemo3”

La mia lettura dei giornali in questi giorni è stata distratta, concentrata sulla cronaca locale, sulle notizie che raccontavano della nuova Giunta di Bologna che si stava, passo passo, delineando. Non avevo letto della morte di Guido Petter: me lo ha detto Agata, amica e libraia, invitandomi a ricordarlo. Ho pensato molto a cosa scrivere del grande psicologo dell’età evolutiva, dell’uomo integerrimo, dell’insegnante appassionato, del partigiano in Valdossola, del cittadino italiano insignito, dal Presidente della Repubblica, della medaglia d’oro per i Benemeriti della Cultura e dell’Arte. E la mia decisione è andata ad un brano tratto da un breve testo scritto per una pubblicazione Giannino Stoppani, in occasione del 60° della Resistenza. “Che cosa ha significato per me questa esperienza? E’ stata un’esperienza fondamentale, che mi ha segnato per tutta la vita. Posso dire che sono entrato nelle formazioni partigiane quando ancora ero un ragazzo e ne sono uscito essendo diventato un adulto, un uomo, tante (e tanto sconvolgenti, ma anche formative) erano state le esperienze che avevo attraversato, le emozioni che avevo vissuto, i problemi e i dilemmi morali che avevo dovuto affrontare: problemi della vita, da rispettare o difendere, e della morte, da affrontare o dare (e della liceità di farlo), della paura e del coraggio, dello scontro a viso aperto o dell’agguato, dell’individualismo e della solidarietà, dello smarrimento che segue una disfatta e della determinazione a riprendere, della responsabilità nelle situazioni difficili, e poi il dolore per la perdita improvvisa di compagni a cui si voleva bene, la pietà anche per i nemici caduti negli scontri. E la continua riflessione sulle ragioni per le quali si combatteva, e sulla nuova società che si voleva contribuire a costruire dopo la fine della guerra…”
Una società per la quale si è speso senza risparmiarsi, attento ai problemi degli adolescenti, consapevole della necessità di modelli etici da offrire ai ragazzi nel difficile percorso della crescita. E ai ragazzi ha dedicato due romanzi che raccontano la sua esperienza partigiana, due romanzi (Una banda senza nome e Ci chiamavano banditi, in catalogo per Giuntijunior) da andare a cercare negli scaffali di biblioteche e librerie, perchè il miglior modo di ricordarlo è attraverso le sue parole scritte.
Silvana Sola