Un racconto magnifico, perfetto, rapido, leggero ma profondo, da narratore classico. Quarzo prende un ragazzino orfano dal Regio Albergo di Virtù e lo fa muovere in una Torino settecentesca per apprendere le cose della vita, per crescere e maturare, per diventare uomo. Giacomo apprende l’arte di diventare uomo all’ombra della figura di Pietro Corvo, orologiaio torinese appassionato di meccanica, uomo molto brutto, ossessionato da una passione amorosa non corrisposta. Incontriamo altri Giacomo nella storia, da Rousseau che si trova a Torino come lacché, a Jacques de Vaucanson, l’inventore di bellissimi automi, che i protagonisti si accingono a visitare a Parigi, presenze di una folla delle grandi città, nelle cui piazze si esibiscono gli elefanti e di notte i ladri visitano i laboratori degli orologiai, mentre di giorno i grandi liutai modellano i loro violini.
Una altezzosa fanciulla aristocratica entra nella storia colorandola di toni sentimentali.
L’amore si prende la sua parte nella storia: uno doloroso, oscuro, infelice e l’atro solare, costruito lettera su lettera con parole sincere e autentiche. Tutto scorre rapido, senza una caduta, con qualche inflessione da racconto orale, passano gli anni in poche pagine, come nelle antiche novelle, prima che il romanzo moderno si prendesse la cura degli ambienti, della psicologia, della digressione. Eppure ambienti, psicologia e digressione sono tenuti ben presenti anche da Quarzo, ma con leggerezza, con modernità.
Ho pensato alla scrittura della Mancinelli, una narratrice che si muove nella Storia con soave leggerezza. Un racconto per tutti.

Grazia Gotti