Finita la lettura del romanzo di Kenneth Oppel, scrittore canadese, ho cercato sulla rete parole di chi lo ha letto prima di me. Ho trovato una presentazione di Michela Murgia in video per la Rai, una recensione di Enrica Colavero su YouKid e una  di un giovane lettore sul sito di Un mare di libri, il Festival della letteratura per adolescenti. 
Tutti sono entusiasti. E io li stimo tutti: la scrittrice sarda scrive bei libri ed è attiva, mi vien da dire un’attivista della lettura. Enrica Colavero è una ragazza molto colta, preparata, ha frequentato l’Accademia Drosselmeir e leggo sempre con attenzione le sue recensioni. Il lettore sedicenne ha dalla sua la freschezza e lo stile che gli consente di definire il libro “magnetico, carismatico, magico”.
Le motivazione adulte per celebrare il libro si assomigliano. Per la Murgia è un libro che fa intendere come la pretesa della normalità sia messa sotto giudizio, mentre Enrica sottolinea che “siamo tutti fragili”, e riconoscerlo è una virtù.
Io resto sospesa nel mio giudizio e mi interrogo. Per almeno 90 pagine ho creduto di essere dentro il tema di Skellig, con la differenza che mentre nel romanzo di Almond si rimane catturati dalle prime frasi e dall’atmosfera, qui ci si annoia abbastanza. Poi la storia cede il passo al “fantasy e thriller”, come dice un lettore in rete. Dentro questo ampio spettro di generi c’è Steven che a mio avviso sembra un bambino più piccolo dei dodici anni che gli sono attribuiti, tanto che per le prime cento pagine mi sono chiesta se fosse un libro middle grade perchè non mi sembrava tanto Young Adult. I dubbi che ho sono tanti, il primo è quello di aver sfiorato il tema dell’andare in frantumi in età giovanile, tema difficile e per questo utile, e di averlo lasciato a favore dello spettacolare. 
Come è accaduto a Tim Burton nel finale del suo film. Un tempo i registi rigorosi giudicavano “amorale” lavorare su temi difficili e risolverli con lo spettacolo fine a se stesso. 

Grazia Gotti