I libri sono uomini

Si chiude con questa  citazione di Rubén Gallego I libri di Maliq, il nuovo lavoro di Paola Predicatori e Anna Forlati, che sarà presentato domenica 22 settembre alle 18.30 alla Libreria per Ragazzi Giannino Stoppani, dove le tavole originali resteranno esposte fino al 20 ottobre.
Abbiamo chiesto alle autrici di presentare il loro lavoro, quella che segue è l’inizio della chiacchierata che potrete continuare insieme a noi con loro in libreria domenica prossima.
Ogni illustratore ha una sua scatola di colori, ha i suoi maestri, i suoi gesti scaramantici.
Ogni illustrazione, prima che il tempo l’asciughi, è accarezzata e guardata dal suo creatore, in un rapporto che si fa intenso o che diventa lieve. E’ un linguaggio segreto quello che ciascun artista ha con la sua opera. In questo lavoro di Anna Forlati si avverte il suo respiro, la sua mano che vuole accompagnare tutti gli oggetti donandogli un’anima, un respiro, lo stesso che troviamo negli occhi del piccolo Maliq. Così la pantofola al lato del letto, o i piedini che escono dalla coperta/libro sembrano partecipare al coro di voci che raccontano ciascuno, dal proprio punto di vista, quello che accade.
Avviciniamoci ora ad Anna Forlati per scoprire cosa racchiude la sua scatola di colori, facciamoci accompagnare da lei alla scoperta del suo lavoro.
Agata Diakoviez
La prima matita l’hai utilizzata per disegnare?
Sì, ho disegnato molto fin da quando ero piccola. Non ho conservato quasi nulla dei miei primi disegni, ma ricordo abbastanza chiaramente le sensazioni che provavo tracciando le mie figure dalle enormi teste rotonde e dalle gonne con l’orlo a spirale. Il ricordo che conservo di quelle prime rappresentazioni, che non erano né realistiche né verosimili, è però della loro assoluta ‘realtà’. Quel faccione con delle pagnotte spinose al posto delle mani era inequivocabilmente mio padre, e una gonna non poteva dirsi tale se non aveva delle spirali ai lati. Era come un linguaggio di pittogrammi che avevano, almeno per me che li tracciavo, una presenza e una forza narrativa molto grande.
Non voglio per forza difendere l’autenticità dell’espressione infantile contro l’imposizione del disegno realistico. Penso però che tale ‘presenza’ del segno sia cosa che si perde quando, da bambini, si iniziano a copiare oggetti e disegni altrui, ritrovandosi poi solo nei grandissimi artisti.
Nelle illustrazioni si scoprono alcuni omaggi a grandi autori, come John James Audubon e Maurice Sendak, che hanno una poetica diversa ma che ci sembra abbia nutrito molto la tua. Che cosa hai ammirato in loro?
Volevo che in questa storia si mostrassero dei libri concreti e riconoscibili, con segni grafici diversi rispetto allo stile generale delle illustrazioni. Per questo ho scelto di citare così direttamente due autori pur molto diversi come Sendak e Audubon.
Per quanto riguarda Sendak, è difficile descrivere ciò che mi conquista di più nelle sue immagini, perché ogni aspetto di esse suscita meraviglia. Ma credo che siano i volti dei suoi personaggi, con la loro incredibile espressività, la cosa che più di ogni altra mi cattura.
Audubon è un autore certamente diverso. Mi affascina il modo in cui utilizza un mezzo così apparentemente freddo come l’illustrazione scientifica per creare delle immagini di incredibile bellezza e forza narrativa. Perciò ho voluto inserire proprio lui nella casa di Maliq, che non è fatta solo di libri per bambini, anzi!
Quanto è necessario il passaggio, e la permanenza, in una bottega prima di trovare il proprio segno artistico?
Oggi le botteghe degli artisti – quelle in cui si entrava da piccoli come garzoni e si usciva adulti come artisti maturi – non esistono più, e forse è un male. Per gli illustratori si è ormai diffuso un tipo assai diverso di offerta formativa, con corsi e scuole in genere di breve durata, sparsi su tutto il territorio nazionale. Si tratta spesso di corsi di alto livello, che ho avuto a volte la fortuna di frequentare e dove ho incontrato persone che hanno aiutato il mio percorso artistico in maniera assolutamente fondamentale.

Penso però che la vera ‘bottega’ per un illustratore (e credo in fondo per ogni altro tipo di artista) siamo noi stessi, che ogni mattina ci dobbiamo inchiodare al tavolo da lavoro per ‘buttare fuori’ delle figure su un foglio. Non possiamo aspettarci che sia il nostro insegnante, il nostro migliore amico e nemmeno il nostro illustratore preferito a dettarci lo stile da usare.  La ricerca del proprio stile comporta lunghissimo lavoro di ‘svelamento’ e cesellatura. Noi siamo il filtro tra la nostra matita e il resto del mondo, e non è una cosa facile. Non credo di avere ancora raggiunto un segno definitivo, ma probabilmente è una ricerca destinata a rinnovarsi sempre, e che rappresenta anzi uno degli aspetti più affascinanti del nostro mestiere.

Quando e come hai conosciuto la storia di Maliq?
Il testo mi è stato affidato come progetto al Master in illustrazione che ho frequentato a Macerata. La prima volta che lessi il testo fu nell’estate del 2011, perciò più di due anni fa. Sembra una genesi lunghissima per un libro, eppure è stato un tempo per me necessario, non solo per la stesura definitiva delle tavole, ma anche per i dubbi e le incertezze che ho dovuto affrontare in questo percorso. Si tratta di un testo molto denso e ricco che necessitava un’immersione profonda. Non so se nella mia futura carriera di illustratrice potrò ancora permettermi di dedicare così tanto tempo ad un singolo libro, ma credo sia importante riservarsi dei progetti da portare avanti senza guardare continuamente l’orologio, potendo insomma dedicare ad un lavoro tutto il tempo che esso ci domanda. 

Quello che sappiamo della scrittura di Paola Predicatori è la sua  capacità di raccontare le emozioni schivando il rischio della retorica Il nero sulla pagina schizza via nell’accadimento dei fatti che sono la vita. Gli adolescenti che avevamo incontrato tra le pagine di Il mio inverno a zerolandia, ci avevano lasciato con la certezza che l’inverno è una delle stagioni che bisogna attraversare per crescere, ora in questo nuovo lavoro I libri di Maliq, troviamo un bambino, che quella stagione sta per attraversare.
Le atmosfere realizzate da Anna Forlanti,  per questo suo ultimo lavoro, entrano in perfetta simbiosi con le parole. Il linguaggio quando è perfetto cessa di esistere, e compaiono le emozioni.
A Paola la prima cosa che vorrei chiedere è di parlarci degli autori che hanno nutrito la sua scrittura.
Da sempre sono una forte lettrice e da molti anni la maggior parte dei libri che leggo sono per ragazzi e quindi credo che quelli che hanno nutrito la mia scrittura alla fine siano tanti. Tra quelli che però prediligo di più e dai quali ho cercato di mutuare una certa predisposizione a rifuggire le mediazioni, ci sono Burgess, Ness, Pike, Almond, quello però de Il grande gioco, la Joyce Carol Oates di Sexy e Bruttona e Lingua lunga, Chambers. Mi piace una certa asprezza nei libri per ragazzi e, ripeto, il fatto di non mediare, di non cercare facili soluzioni, facendo sì invece che sia il lettore a trovare le sue. Durante l’adolescenza, ma anche negli anni successivi, ho letto molta poesia e questo mi ha aiutato molto nei passaggi più lirici sia de Il mio inverno a Zerolandia che ne I libri di Maliq. La mia formazione di lettore è invece passata per Calvino, la Ginzburg e Levi che, a oggi, sono gli scrittori che amo di più e mi piace rileggerli di continuo. Ogni volta che ho bisogno di una lezione di coerenza, penso a Cosimo Rovasco di Rondò che ha passato la vita sugli alberi. E anche di nostalgia, ne Il mio inverno a Zerolandia la nostalgia per l’amore perduto è stata la cosa più difficile su cui ho lavorato. Il barone Rampante comunque resta il mio mito personale, in quel libro c’è tutto: poesia, avventura, amore, coraggio, malinconia.

L’incontro con Anna Forlati è avvenuto quando la storia era già compiuta? Che sensazioni hai provato di fronte alle opere che lei ha realizzato?

Ho presentato la storia di Maliq a Betarice Masini già compiuta e quindi Anna ha lavorato sul prodotto finito. La prima cosa che mi ha colpito delle tavole di Anna è stata la raffinatezza dei cromatismi e il grande equilibrio con il testo. Se è vero che è difficile vedere rappresentato il proprio testo attraverso l’immaginazione di un altro, è altrettanto vero il contrario e cioè trovare il punto di equilibrio tra la propria arte (in questo caso l’illustrazione) e un testo che non ci appartiene. Riuscirci è segno di grande misura. Anna inoltre è stata brava nel rendere lo smarrimento della solitudine e la nostalgia della tenerezza in alcune tavole, ed è una cosa che ho sempre sentito mentre scrivevo il testo.
Io e Anna non ci conoscevamo prima di Maliq e mi piace quello che giudico il bel risultato di un lavoro tra due estranei. Potere dei libri….

Intervista a cura di Agata Diakoviez