I librai che leggono i romanzi

Un nuovo romanzo, arrivato in libreria, trova posto sul tavolo delle novità e sullo scaffale insieme ai suoi compagni piú “stagionati”. Con il suo titolo, con la copertina e la quarta che offre qualche indizio, il romanzo resta lí, inerme, fino a quando il libraio, un certo tipo di libraio, lo porta a casa e lo legge.  Dopo la lettura, quando ne abbiamo il tempo, ci confrontiamo. Vi offriamo oggi i nostri contributi di libraie, unitamente a quello di Vera, collaboratrice saltuaria in libreria.

Quello di Mulligan è un romanzo ben costruito e lo si capisce dal continuo incalzare di colpi di scena, dalle fughe, sempre riuscite, che aiutano i giovanissimi protagonisti a portare in salvo la pelle con un bel mucchio di denaro.
Pecunia non olet è da sempre il detto che accompagna il vil denaro, e mai come in questo romanzo tale affermazione trova piena conferma.
Tornando alla costruzione del romanzo si avverte da subito l’influenza o ispirazione data dai romanzi d’azione, dai thriller, un po’ le Carré, a cui l’autore deve il meccanismo del cifrario, un po’ Brown solo per citare l’ultimo grande fenomeno letterario/hollywoodiano.
Insomma, ci si trova immersi, nel tipico filone letterario scritto per essere trasposto in un filmone che un po’ fa piangere, ma rasserena, prima della conclusione, i cuori con un finale della serie:
“Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi” Mt 20, 1-16, dove s’intende che i primi sono i potenti/i politici che hanno passato la vita ad umiliare e derubare la loro gente e gli ultimi i poveri.
Romanzi come questi ci aiutano a delimitate lo spazio tra letteratura e intrattenimento, e a chiarirci su quello che cerchiamo quando leggiamo un libro, che non è solo la tenuta della trama, ma qualcosa di più. Storie come quelle raccontate non accadono mai, della realtà danno una visione grottesca che infastidisce. Quella dei poveri è una vita che merita ben altre parole.
Agata Diakoviez

Immaginate una grande metropoli, un territorio con la piú alta densità abitativa al mondo, dove sembra non esserci piú spazio, né per vivere né per morire. Deve essere cosí Manila, e ci deve essere una discarica come quella raccontata da Andy Mulligan, scrittore giramondo che a Manila ha soggiornato. E nella discarica ci sono tanti bambini che frugano, selezionando i rifiuti dei ricchi, nella  speranza  di trovare un po’ di cibo fra la carta da raccogliere e la merda da evitare. All’inizio della lettura, alle prime battute, ho pensato di trovarmi a Nairobi, poi certe suggestioni mi hanno fatto pensare all’India, forse per la somiglianza al film molto famoso Millionaire, dove appunto il riferimento al denaro é insistito. Procedendo nelle pagine, da alcuni indizi quali l’ alto tasso di corruzione, una Chinatown e una sempre piú sottolineata mancanza di spazio, sono arrivata a formulare l’ipotesi Manila, confermata dall’autore stesso in margine al racconto.
Non sono in grado di spiegarmi cosa non mi piace in questo genere di racconto, in questa letteratura che lavora come al di là di una soglia oltre la quale scompaiono le emozioni profonde.
Tutto funziona, o meglio tutto scorre, come in superficie, senza affondi e a volte mostrando l’approssimazione delle soluzioni. La povertà, la violenza, l’ingiustizia sembrano diventare un decor e i personaggi si muovono come figurine manovrate da qualcuno al di fuori di loro.
Mi é già capitato altre volte di non sentirmi pienamente coinvolta dai romanzi pubblicati dall’editore inglese David Fickling, romanzi di grande successo, narrazioni concepite per ragazzi che hanno ottenuto un largo successo di pubblico anche adulto. Non so da cosa dipenda, mi piacerebbe capirlo, confrontandomi con altri lettori.
Questo romanzo é stato selezionato per la Carnegie Medal da una giuria composta di bibliotecari, é stato segnalato per un altro premio importante, poi in seconda battuta, ritirato.
Forse, ho pensato, un ravvedimento sullo stile, un giudizio critico nel quale potevo trovare un certo riscontro. No, é stato giudicato non adatto ai giovani lettori per la violenza. Non sono assolutamente d’accordo, ma resto ancora in ascolto di altre voci critiche, a partire da quelle di Zazie, nell’augurio che qualche lettore voglia unirsi a noi.
Grazia Gotti

Una città discarica che raccoglie gli “umori” di una megalopoli. E nella città discarica si muove un’umanità spesso senza volto che raccoglie attorno a sé gli ultimi.
Grado, Rapael e Ratto fanno parte di quell’umanità. La loro è una vita al limite, una vita fragile come le montagne di immodizia, architetture precarie che potrebbero crollare in qualsiasi momento, senza preavviso. Ma ai tre ragazzi i cumuli di rifiuti offrono l’opportunità di immaginarsi un’altra vita fuori dal perimetro della megalopoli. Una scrittura, quella di Andy Mulligan (già conosciuto in Italia per La scuola dei mostri, in catalogo per Newton Compton), che non raccoglie il lordume che viene messo in pagina. Si muove pulita nel racconto e la discarica diventa quasi un pretesto che assegna alla fuga il ruolo di protagonista. La fuga dalla polizia, la fuga dai troppi occhi che la povertà rende delatori, la fuga per salvare la pelle, la fuga dall’invisibilità. Andy Mulligan in Trash, il libro pubblicato da Rizzoli, racconta Manila, una città che conosce bene.
Nel suo romanzo c’è la corruzione, la violenza, l’inganno, la prevaricazione, la paura, ma soprattutto c’è l’infanzia. Un’infanzia che la vita ha reso guardinga, bugiarda e scaltra, perché solo così può sopravvivere nell’universo degli ultimi.
Dopo le prime pagine sparisce la sensazione del già letto o del già visto e inizia un thriller incalzante, duro nelle descrizioni, capace nell’intreccio narrativo, un po’ dickensiano e un po’ storia vera.
Silvana Sola




La celebre frase conclusiva del capolavoro del cinema La morte corre sul fiume (1955) di Charles Laughton recita press’a poco così: «I bambini sopportano e resistono». I protagonisti di Trash di Andy Mulligan sopportano molto, forse troppo, e nonostante tutto resistono all’orrore che la miseria può portare con sé. Raphael, Gardo e Jun-Jun sono tre ragazzini di quattordici anni che vivono in una discarica alle porte di un’indefinita metropoli di un non meglio identificato paese in via di sviluppo. Nella vita raccolgono e smistano rifiuti, per rivenderli a peso, e la loro vita si svolge tutta all’interno della discarica dove sorge la loro città, almeno fino a quando Raphael non trova un borsello e il suo prezioso contenuto: un portafoglio con dei soldi, una mappa e una chiave. A partire da questo inaspettato ritrovamento si sviluppa l’avventura che vede questi tre ragazzi come protagonisti, un’avventura che parla di corruzione, politica, violenza, coraggio e ingiustizia.
Tanti sono i temi toccati, tante le parentesi che si aprono lungo lo svolgersi della narrazione, come se l’autore fosse stato sopraffatto dall’urgenza di raccontare tutto quello che ha visto e vissuto nel periodo in cui ha insegnato inglese in India, Brasile, Vietnam e Filippine, a volte sembra quasi troppo. Questi tre bambini sopportano e vedono troppo, troppi orrori, troppe meschinità, troppo egoismo per uscirne non macchiati in alcun modo da questa ingarbugliata vicenda.
Sono tornata da meno di 15 giorni da Haiti, dove per un mese ho lavorato con una ONG americana che si occupa di bambini. Ho visto com’è crescere nell’assenza di salute, denaro, istruzione e anche di affetto. Anche lì i bambini giocano, corrono, ballano e ridono, ma anche lì i bambini sono a volte tristi, spaventati, arrabbiati. Sarebbe bello pensare che la luce dell’infanzia non può venire intaccata in nessun modo, ma non è così, in primo luogo perché l’infanzia non è solo luminosa e poi perché subisce le influenze del mondo adulto che la circonda.
Il romanzo è piacevole, la prosa scorrevole ed essenziale, la narrazione procede spedita e senza intoppi, nonostante l’ambientazione forte non ci sono digressioni moraliste (ad eccezione del capitolo in cui il narratore è la giovane volontaria inglese Olivia, l’unico personaggio occidentale), ma nonostante questo mentre leggevo un pensiero si affacciava continuamente alla mia testa: non sarà forse troppo, non può succedere loro anche questo, in realtà può benissimo accadere perché non c’è mai fine all’orrore, ma non può non lasciare un segno, non può finire tutto in maniera così conciliante.
C’è qualcosa di furbo che trovo in questo romanzo, forse è perché sono appena tornata dal paese più povero dell’America latina è la mia dose di cinismo è aumentata, forse è perché pur sperando sempre in un lieto fine ammiro molto il coraggio di un autore che non asseconda i desideri dei lettori, forse perché, pur amando la lettura anche in quanto meccanismo di evasione, in un romanzo che ha intenti di realismo mi aspetto che mantenga un legame con il principio di realtà durante tutto il suo dispiegarsi o forse, molto più semplicemente, perché riconosco nei bambini una sorprendente resistenza, ma sono ben consapevole dell’influenza che il mondo adulto, con tutte le sue scelte e le sue dinamiche, ha su di loro.
Vera Martinelli

Roberto Denti recensisce Trash su Tuttolibri di sabato 1 settembre 2012.