Giuseppe Pontiggia

Pontiggia è morto nel 2003. Dieci anni sono passati, anni in cui avremmo potuto essere ancora guidati dal suo pensiero, dal suo sguardo sulla vita, dal suo straordinario lavoro di critico.

La domenica, su Il sole 24 ore lo leggevo sempre per primo: quante cose mi ha fatto conoscere!
Ora mi accorgo che i bambini lo possono leggere accompagnato dalle figure di Antongionata Ferrari. La storia semplice, lineare, della scimmietta Cichita era apparsa più di vent’anni fa in una collana per lettori principianti in casa Giunti, mentre Il nascondiglio era uscito come un racconto per grandi. È un bel racconto che ci ricorda del desiderio di libertà della necessitá di sfuggire agli occhi dei genitori.  Trovare un nascondiglio in casa e immaginare la fuga è un bell’espediente narrativo. Il protagonista  si chiama Andrea, come il figlio dello scrittore.

Dal suo nascondiglio ricavato da una galleria aerea, un cunicolo risultato da un abbassamento del soffitto del corridoio di casa, Andrea si interroga sui suoi genitori. “Chissá se, dopo quello spavento, lo avrebbe ancora tormentato con l’aritmetica e con i confronti con gli altri”. Pensa della madre. Il padre non fa una figura migliore. “E anche suo padre, che quando si arrabbiava rovesciava sedie e gettava a terra piatti e vasi, avrebbe dovuto finalmente occuparsi di lui e andare al commissariato”. Nel filo dei  pensieri del protagonista si affacciano situazioni e personaggi che derivano dall’immaginazione e dalle storie. Quel nascondiglio raggiunto con una scala si fa metafora per un altrove dove il mistero, l’avventura, la paura, il coraggio, il desiderio di libertà si dispiegano e consentono di sopportare le imposizioni. Perché ora conosce il luogo dove può essere libero, nella sua immaginazione, che può raggiungere in qualsiasi momento senza più bisogno di una scala.
Grazia Gotti