Fiabe ancora fiabe

Siamo lieti di dar la parola ad Elisabetta Cremaschi, studiosa di letteratura per l’infanzia, per introdurre la settimana dedicata al fiabesco.
Capita, spesso. Non poteva, quindi, non essere così anche in questo autunno editoriale denso di proposte di grande valore artistico dedicate al fiabesco. Puntuali, gli interrogativi ritornano: a che cosa serve la fiaba? E, soprattutto, perché pur non lasciandoci mai, in certi momenti è più presente? Le risposte a queste domande se sono assertive sono sbagliate. La fiaba non si lascia toccare facilmente: raccoglie, mescola, elabora, si contraddice, contiene insegnamenti complessi e misteriosi mai espressi attraverso paradigmi fissi. È cultura raffinata oltre ogni dire formulata per metafore ma anche frutto del sudiciume da bassa taverna.
Chi la frequenta non può certo dirsi sorpreso da questo ennesimo ritorno, la familiarità con la costrizione ermeneutica a cui l’ha abituato il genere fantastico gli impone un’attenzione e un’interrogazione continua nei confronti della realtà. La fiaba risponde alla necessità di attivare processi critici, di far nascere prestissimo, fin dai primi anni di vita, una “cultura dell’interpretazione”, l’unica in grado di contrapporsi alla mentalità del gregge, della massa, dell’adunata che sembra l’offerta predominante del costituirsi del pensiero umano di questo tempo. Non sorprende quindi che, oggi più che mai, in un mondo grigio e omologato, essa reclami il suo diritto di esistenza. Intimamente e profondamente rivoluzionaria, la fiaba propone sempre uno scardinamento dell’ordine sociale costituito. Nasconde in sé le più segrete aspirazioni. E, pur non essendo portatrice di una morale, se in qualche fiaba si volesse cercarne una a tutti i costi, sottostante, complessa, difficile da scovare, questa risiederebbe nel credito che viene concesso a chi ha un sincero desiderio di cambiare. Senza cambiamento non si dà l’esistenza del mondo fiabesco. Negli ultimi anni abbiamo pensato di vivere in una società di grande mobilità sociale. Oggi l’inganno è stato svelato, la nostra è una società immobile. Ed ecco che la fiaba ritorna con le sue metamorfosi. Ritorna anche perché, in questo momento foriero di pericolosi dubbi sull’altro da sé, è l’unica forma letteraria che può offrire possibilità di dialogo, di incontro, di ricerca di somiglianze profonde. Gli eterni del sogno, gli inconsci collettivi, non sono mai molto diversi fra gli uomini. Per entrare nel pianeta fiaba non servono passaporti. La sua portata, seppur frutto di una stratificazione di molteplici significati, è sempre universale. La fiaba è l’umano. È il linguaggio comune. Gli artisti lo sanno, e non smettono di interpretarne gli archetipi con altre parole e con nuovi segni. Per questo, e per molto altro, chi vuole studiare davvero la letteratura per l’infanzia deve anteporre e mescolare le fiabe ai libri per ragazzi, stando bene attento a non censurare nulla, a superare barriere, a trovare salvifica ogni bizzarria.
Elisabetta Cremaschi