Mio nonno, classe 1888, è morto dopo un ricovero all’ospedale Roncati di Bologna, quello che per noi tutti, adulti e bambini, era detto l’ospedale dei matti.
Era affetto da demenza senile, ricordo perfettamente la diagnosi. Ero una ragazza che aveva lasciato la famiglia molto presto e raramente vedevo i miei familiari, genitori, zii e nonni. La visita all’Ospedale dei matti, nella civilissima Bologna, mi procurò uno shock, così come quella all’ospedale dei matti di Imola, uno dei più grandi del territorio provinciale emiliano. Il nonno stava in un letto di contenzione. Era basso di statura mio nonno, ma era un omino molto intelligente, molto fattivo che si era prodigato per la sua famiglia, tanto da lasciare a ciascun figlio, 5 in tutto, due femmine e tre maschi, un immobile e qualche riserva di denaro. Portava la nonna a Montecatini, e aveva uno scranno in Consiglio comunale dalla parte dei socialisti di Nenni.
Quando cominciarono i segni della demenza senile, nessuno aveva mai sentito nominare il nome Alzheimer, lo sgomento familiare fu grande, ma per un lungo tempo si riuscì a stare tutti insieme.
Mio padre, classe 1923, è stato colpito da demenza senile sugli 85 e ci ha lasciato a 90 compiuti.
Nell’ultimo mese di vita si raccomandava di consegnare per tempo i lavori, era  stato restauratore ebanista, di riscuotere dai clienti e di mettere al sicuro la bicicletta. Una mattina di maggio, pochi giorni prima del saluto definitivo, ha espresso il desiderio di mangiare le ciliegie. Il cibo per lui era fonte di godimento, era un raffinatissimo goloso. Quando l’ho potuto vedere al risveglio di un importante intervento al cuore, ancora in terapia intensiva, mi ha chiesto una aranciata amara San Pellegrino. Era l’alba di una giornata estiva, in una città deserta, e cercavo una San Pellegrino. Quando alla fine l’ho trovata, mi sono sentita a posto con me stessa, sorretta dalle parole di Cordelia  “I love your Majesty according to my bond; no more nor less.”
I ricordi riaffiorano, di pagina in pagina,  mentre leggo il primo romanzo di Sarah Moore Fitzgerald, pubblicato da Rizzoli, da poco in libreria. Il romanzo è, fin dalle prime battute, lieve e profondo, un ossimoro che non è da tutti. Lo sguardo dell’io narrante, Cosmo, il giovane nipote del nonno che sta perdendo la memoria, è attento, non gli sfugge nulla, nemmeno che gli assistenti sociali parcheggiano sul marciapiede, dove non si potrebbe. Non dico nulla del plot, lo sto  gustando adagio e non sono ancora giunta alla fine, ma abbiate fede, ne vale la pena. Oggi era urgente passare parola, non dimenticare i ricordi, metterli sulla carta, anche se frettolosamente, per  farli durare un po’ più a lungo. Stasera spegnerò la luce all’ultima pagina, e magari stimolerò mio nonno e mio padre a venirmi a visitare nel sonno.
Grazia Gotti