C’è un arbitro a Kinshasa?

Black youth e aspirazioni: “Non tutti i vostri figli possono aspirare a diventare LeBron o Lil Wayne” disse Barack Obama dal podio della Naacp, la più grande associazione per i diritti civili, riferendosi ad una star del basket e a un rapper. “Voglio che aspirino a diventare scienziati, ingegneri, dottori, insegnanti, giudici della Corte Suprema e presidenti degli Stati Uniti. I genitori devono assumersi le loro responsabilità, mettendo da parte i videogiochi e mandando i figli a letto presto”.
L’orizzonte di Bilia è differente. Senza madre, un padre corroso dall’alcool, una città, Kinshasa, che non offre niente se non una vita di strada pericolosa e tagliente, dove una banana sulla quale scivolare dopo un piccolo furto può voler dire carcere a tempo indeterminato. Bilia non ha la possibilità di studiare per uscire dalla melma polverosa della metropoli congolese fino a che la sua vita incrocia quella di Riccardo, talent scout italiano in giro per il continente africano in cerca di giovani che sappiano “dare del tu” alla palla.
Paul Bakolo Ngoi, nato 41 anni fa in Congo ma laureato in scienze politiche a Pavia, attraverso le pagine del suo Colpo di testa (Rizzoli, 2008) ci racconta l’avventura di questo giovane campione che partendo dal campetto del carcere di Kinshahsa approda dapprima in una piccola squadra giovanile del nord Italia e, dopo un piccolo periodo di rodaggio, si immerge nel mondo del calcio semiprofessionistico.
L’autore a mio avviso non conosce il calcio, la narrazione diventa infatti approssimativa quando si cala nelle parti più specificatamente tecnico-pallonare, ma il vero merito di queste pagine è il fatto di riuscire a descrivere in modo veramente vivido la solitudine e la difficoltà di ragazzi che strappati ai loro amici (pur se delinquenti) alle loro strade (pur se pericolose) e alle loro famiglie (pur se inesistenti per come noi concepiamo l’istituto-famiglia), provano nostalgia, e devono farsi forza imparando a ragionare da adulti. A quindici anni.
Colpo di testa ci ricorda anche la dimensione sportiva del gioco del calcio: una attività cioè in grado di avvicinare le persone, abbattere le barriere, dare speranza e far nascere amicizie.
Si possono definire eventi sportivi le partite che la RAI ci mostra in questi giorni? O assistiamo semplicemente a uno SHOW, con interminabili discussioni su moviole più o meno in campo e frotte di inviati che, sbagliando un congiuntivo dopo l’altro, disquisiscono di arbitri guardalinee e centimetri di fuorigioco?
E i ragazzi attaccati al televisore apprenderanno qualcosa sullo sport-calcio o impareranno semplicemente ad aspettare la moviola per insultare il direttore di gara? Chissà come sono gli arbitri a Kinshasa. Nella storia di Bilia non appaiono.
Un bel documentario ci insegna che gli arbitri sbagliano, proprio come gli attaccanti e i difensori, e che questo fa parte del gioco.
Antonio Gotti