Aspettando Beatrice

Da giorni, fra le mille questioni che la vita lavorativa ci pone “lavoriamo come dannate, una beata dannazione che ci fa sentire al posto in cui siamo” (cito a memoria, ma chi ha letto il romanzo di Beatrice sa cosa vogliamo dire) cerchiamo di scambiarci opinioni sul romanzo che domani si presenta a Bologna
Silvana Sola ci ha detto:
“Ho iniziato a leggere il libro di Beatrice appena arrivato sugli scaffali. Avevo ascoltato la sua intervista a Fahrenheit nelle quali svelava le ragioni intime e letterarie di questo libro. Ho finito di leggerlo sul volo per Londra. Io verso la Gran Bretagna alla ricerca del nuovo tra multicultura e arte nei libri per ragazzi, loro, gli uomini e le donne “nuovi”, figure cardine della storia, alla ricerca di un luogo dove vivere una vita di dignità e di speranza. Un romanzo antico e moderno, una lingua capace di raccontare le emozioni, che guarda a Linneo per dimenticarlo subito in favore di uno sguardo profondo sulla vita, sulle vite che si intrecciano, sulle passioni, sui sentimenti, sugli slanci affettivi e su quelli rivoluzionari.”
Grazia Gotti, che ieri ne ha parlato qui, aggiunge una breve riflessione:
“Qualcosa sulla vita che si svolge nei villaggi del New England lo sapevo giá molto tempo prima di andarmi a stabilire in una contea simile alla mia immaginaria Starkfield; tuttavia, durante gli anni che vi ho passato, alcuni dei suoi aspetti mi sono divenuti molto più chiari. Anche prima di questa iniziazione definitiva, comunque, avevo avuto la sensazione spiacevole che il New England della narrativa somigliasse ben poco – se si eccettua qualche notazione di botanica e di dialetto – alla terra aspra e bella che avevo visto io.” È la grande Edith Wharton che oggi ricordiamo nel prepararci ad accogliere Beatrice Masini con il suo libro. In queste poche parole si condensano aspetti decisivi dello scrivere: la chiarezza, il vedere aspetti della realtá “mi sono divenuti più chiari”, le notazioni di botanica e di dialetto. Quindi le descrizioni e la lingua. Credo che in tutti questi aspetti Beatrice sia giunta a risultati molto alti. La chiarezza di una scrittrice che conosce tante cose della vita, ma che rimane, aperta al dubbio, alla ricerca. La capacitá delle notazioni della sua campagna e della sua cittá, ed il calibrato utilizzo del “vernacolo” per usare un termine che la Wharton riprende nelle sue riflessioni.
Agata Diakoviez, dopo la lettura, ha commentato così il romanzo di Beatrice:
“… i ritratti devono cogliere i soggetti attraverso tutte le loro fasi, non solo in un’interessante decadenza. ” Ma se a Bianca, la protagonista del romanzo, è chiesto di realizzare ritratti veritieri, lo scrittore può in ogni momento aggiungere e togliere dalla realtà quello che vuole. La parola ha mille e più sfumature, Beatrice Masini sa utilizzarle tutte, al pari dei più bravi artisti armati di pennello e tavolozza.