Antonio Marras, il grande stilista algherese, afferma di non sapere nulla di calcio, ma la sfilata dei suoi modelli, domenica, a Milano, era dedicata a Gigi Riva, un mito, dentro e fuori la Sardegna.
Da Gigi Riva parte anche Vinicio Ongini (di cui, qui sotto riportiamo un brano del suo intervento) per raccontare il calcio negli albi delle figurine Panini e nella scuola, un calcio che è insieme scoperta del mondo del pallone, lavoro di squadra, conoscenza di parole straniere, intreccio di storie e molto altro.
Gigi Riva è stato un campione schivo, riservato, soprannominato “Rombo di Tuono”. I tempi della sua carriera attiva come giocatore sono lontani, ma la sua grandezza vive nella storia del calcio.
In questi giorni si scrivono nuove pagine di quella storia, pagine che raccontano i mondiali di Brasile 2014. Oggi in campo si fronteggiano la squadra italiana e quella dell’Uruguay.
Occasione per fare un viaggio fisico politico nel paese sudamericano, trovarlo sulla cartina geografia, attivare le mappe di google, cercare il nome del Presidente di questo piccolo e bellissimo paese, leggere le interviste sulla sua vita.
Si può tifare Italia e sostenere il principio della sobrietà caro a Mujica.
Silvana Sola

“Gigi Riva che sai giocare
quanti gol mi puoi segnare?
posso segnarne ventitré
uno, due, tre…”
(una conta di bambini sardi raccolta da Gianni Rodari, in I bambini e la poesia, “Il Giornale dei Genitori”, n. 6-7, 1972).
Nel 1986 insegnavo in una classe quarta elementare, era l’anno dei mondiali di calcio in Messico.
“Sai come si dice città in spagnolo?” “si dice ciudad!”.
David, quarta elementare, era riuscito a completare l’album di figurine Panini parecchi giorni prima che iniziasse il campionato del mondo. L’album era scritto in quattro lingue: italiano, inglese, tedesco e spagnolo, la lingua del Messico, il  Paese del mundial.
Lo aveva comprato in edicola, ma lo si poteva trovare allegato in omaggio a un numero di Topolino e anche (ma non era un album  Panini) in un numero speciale de Il Giornalino.
David è stato il primo a completarlo nella sua classe (ce l’avevano 8 bambini su 15, 7 maschi e una femmina), ma si è fatto aiutare in modo saltuario da Pamela, sua compagna di classe, e in modo costante da Cristian, un bambino di prima elementare.
Pamela l’ho vista soprattutto fare mucchietti, riunire, segnare le doppie, raggruppare le nazionali e qualche volta incollare.
Operava con precisione su insiemi di calciatori, ma sembrava disinteressata a quelle facce e al loro destino (chi sarebbe diventato campione?, chi avrebbe segnato più gol?, chi sarebbe diventato un eroe?….).
Era l’attività in se stessa che le piaceva e forse avrebbe aiutato David a completare anche l’Album dei Pokemon o quello degli animali in estinzione.
Cristian invece andava in giro per tutte le classi a cercare le figurine mancanti, per esempio la numero 253, quella dell’attaccante brasiliano Careca. Lui lo chiamava “Carica”, e i ragazzi più grandi ridevano: “Si dice Careca, non Carica!”.
La storpiatura di quel nome, l’intervento di Cristian su quella parola era il segno della sua partecipazione al gioco. La sua era l’ultima di una serie di manipolazioni linguistiche che avevano prodotto quel vocabolo strano, del quale aveva catturato il suono per ricondurlo a una parola già un suo possesso, dotata di significato. “Carica” è una parola da film western, la usano il soldato o il generale quando “arrivano i nostri”.
Dice Rodari, nel libro Il cane di Magonza, Editori Riuniti (che è la deformazione, fatta da sua figlia, del nome Gano di  Maganza, un personaggio delle storie dei paladini): “Deformazioni del genere sono abbastanza normali nei bambini: bisogna che rispondano a una legge del loro comportamento, a una forma del loro lavorìo mentale per prendere possesso del mondo, per conoscerlo, riducendolo il più possibile a propria immagine e somiglianza”.
Careca per i brasiliani vuol dire “zucca pelata” ed era un soprannome dato al calciatore Antonio de Oliveira Filho. Ma perché quella “zucca pelata” se nella figurina lo si vede con una testa piena di capelli?
Perché Careca è l’abbreviazione di Carequino, il nome di una maschera, un pagliaccio di cui il campione brasiliano parlava sempre quando era piccolo, quando era un giovanissimo calciatore.
E perché quasi tutti i giocatori brasiliani hanno dei soprannomi, dei nomignoli (Pelè, Careca, Zico……..)?
A che cosa risponde questo meccanismo di “riduzione” dei nomi? Si è dato una risposta Ronald Barthes (Miti d’oggi, Einaudi), negli anni cinquanta, riferendosi all’epopea del Tour de France: “in realtà l’ingresso nell’ordine epico si attua mediante la riduzione del nome: Bobet diventa Louison; Lauredi, detto Nellò; e Raphael Germiniani, eroe completo perché insieme buono e valoroso, è chiamato a volte Ralph, a volte Gem (….); diminuito il nome diventa veramente pubblico; permette di collocare l’intimità del corridore sul proscenio degli eroi. Giacché il vero luogo epico non è il combattimento ma la tenda, la soglia pubblica in cui il guerriero elabora le sue intenzioni, lancia ingiurie, sfide, confidenze”.
David ha dunque completato la sua collezione di figurine con l’aiuto di Pamela che applicava rigorosamente il metodo didattico dell’insiemistica, e del piccolo Cristian che faceva il ricercatore di nomi e di numeri. Lo sport è fatto proprio di questo…
Vinicio Ongini, “Matti per l’Album. Numeri, storie e poesia”, in Sport. Figure e parole dai libri per ragazzi, Giannino Stoppani Edizioni.
L’omonima mostra sarà visibile ancora fino al 29 giugno a Biella, presso il Museo del Territorio.