AD#2 Quando la scuola sperava nel futuro

di Matteo Marchesini

Matteo Marchesini, poeta, ( Tipi di topi e altri animali, Giannino Stoppani edizioni) saggista, critico, interviene su quotidiani nazionali e locali. Il 31 marzo, su il Corriere della sera di Bologna, nella rubrica “Bologna fuori catalogo”, dedicata a libri che hanno per argomento la città turrita e che non si trovano più sugli scaffali delle librerie ci propone un libro del 1965. Riportiamo qui l’articolo. In tempi così bui per i nostri istituti educativi, mi capita tra le mani un vecchio volume sul tema. La grafica è spartana, e l’apodittica semplicità del titolo sembra lontana anni luce. Il bambino la famiglia e la scuola, prodotto del Febbraio pedagogico bolognese, uscì nel 1965 per il centro Studi della Pubblica istruzione comunale. L’assessore Tarozzi, recentemente scomparso, lo presenta come tappa di un percorso che intende “favorire l’osmosi tra le idee del mondo della cultura e la concretezza del mondo politico amministrativo”. Nella stessa collana sono già usciti due libri, sulle materne a Firenze e sulla neoriformata scuola media. Sfogliando l’indice, si scopre che la città di Dozza ha mobilitato i protagonisti del pensiero pedagogico di allora: non una tantum e non solo in centro, ma anche nei quartieri. Questa antologia di discorsi tenuti a politici, genitori e docenti si apre infatti con un pezzo di Ada Marchesini Gobetti ( traduttrice di Spock) e si chiude su uno splendido manifesto di Lucio Lombardo Radice, che invoca un umanesimo scientifico in grado di opporsi agli appiattimenti nozionistici ( destinati a invecchiare con ritmi sempre più rapidi ) e capace invece di “insegnare a imparare” ( cioè a stabilire rapporti critici tra diversi contesti di senso). In tutti i saggi vive il mito romantico di una educazione perenne e integrale, sia per i bambini che per adulti. Si respira aria di coesistenza pacifica tra est e ovest, tra passato e presente: vengono citati insieme le riviste Usa e Makarenko, o anche ( lo fa Agazzi) l’Urss e Rosmini, la Montessori e Dolci, Gabelli e Ciari. Poi arriva lo zoom su Bologna. Sulle sue nuove materne e sui legami istituiti qui da noi tra periodo scolastico ed estivo, tra biblioteche per genitori e orari di lavoro. Tutti si soffermano sul passaggio dalla famiglia patriarcale a quella ristretta, sull’esigenza di formare madri e padri e di creare scuole né rousseauiane né autoritarie, dove i maestri siano registi discreti delle attività dei bambini. De Bartolomeis punta sul “gioco” come costruzione di una immagine morale del mondo. La Gobetti e la Levi insistono sull’educazione sessuale precoce. Canestrari analizza l’aggressività rimossa delle madri iperprotettive e il ruolo traumatico dell’adolescenza in occidente. La Zoebeli, esaminando alcuni casi specifici, indica nella scuola infantile uno spazio alternativo alle asfittiche periferie contemporanee. Descrivendo i doposcuola bolognesi, Albertoni esalta il tempo libero e mette in guardia dalla tentazione d’indottrinare i figli troppo presto. Infine, la Baldeschi descrive una specie di kibbutz educativo milanese. I conferenzieri guardano alla “città futura” del 2000, in cui i bambini saranno uomini. È la nostra città: un luogo dove i problemi posti in questo libro non sono affatto superati, ma dove mancano oramai le speranze che animano le sue pagine”.