Di picture books ce ne sono davvero tanti a casa mia, i miei preferiti li tengo in camera da letto su uno scaffale che contiene i miei tesori di carta. In piedi davanti allo scaffale rimango in silenzio per una po’ di tempo, indecisa su quali scegliere per la mia top five. Scelgo quattro artisti giapponesi, i miei preferiti, e un racconto.

Yorukuma di Komako Sakai, Kaisei-sha 2009 (ma è un libro del 1999): è una Sakai esordiente, diversa nel tratto da quella che conosciamo oggi, ma con la stessa poesia che trapela dalle immagini. Profonda conoscitrice dei sentimenti dei bambini, ci racconta il viaggio di un bambino e di un orso, in una notte blu, alla ricerca della mamma. Se fossi un editore italiano, lo pubblicherei.
Peintre di Hideko Ise, Riron-sha 2004: l’ho scoperto in una libreria di Kyoto, racconta di un ragazzo e del suo viaggio per raccogliere, assorbire con il cuore e con la mente i colori della natura; e di una tela che rimane sempre bianca, perché il viaggio dell’arte è senza fine.
Scketchbook di Makoto Ueda, Goblin-Shobo 2006: tre bambini trovano un blocco da disegno e lo aprono, dentro una lettera, fiori, uccelli, foglie e stelle. Le illustrazioni sono delicate, con pochi colori e molto bianco, un bianco etereo ma corposo, in grado di riempire lo spazio regalando leggerezza all’immagine.
My long-nosed friend di Yoshitomo Imae, illustrato da Akira Uno, Kaisei-sha 2003: uno strano incontro, fra un tapiro e un’anziana signora, una storia di ricordi, un percorso a ritroso nel tempo fino all’infanzia. Questa storia è stata scritta negli anni ‘80 , Akira Uno le ha ridato vita nel 2003 con i suoi bellissimi acquarelli.
Dopo il terremoto in Giappone, sul Manifesto è apparso un bellissimo editoriale di Giorgio Amitrano. Il noto traduttore ci ricorda che la prefettura di Iwate, in gran parte distrutta dallo tsunami, è la regione dove visse il grande scrittore e poeta Kenji Miyazawa, che ne ha descritto la bellezza in versi e prose. Il racconto che ho scelto è Una notte sul treno della Via Lattea. Nell’introduzione, lo stesso Amitrano, nota come: “il termine dowa, fiaba (lett. racconto per bambini), sembra stare un po’ stretto ai racconti di Kenji, che con le loro risonanze filosofiche e religiose, le aperture visionarie e la complessità di certe metafore, potrebbero apparire più adatti ad un lettore maturo. Tuttavia egli si riferì sempre a essi come dowa ed è con questo termine, lo stesso usato per le fiabe di Andersen e dei fratelli Grimm (…), che sono chiamati in Giappone. Del resto egli riteneva che potessero essere compresi meglio dai bambini, grazie alla loro sensibilità incontaminata, che dagli adulti.”
Questo libricino, edito da Marsilio, è tutto da riscoprire.
Elena Rambaldi