AD#15 Una favola d’acqua

A conclusione di questo approfondimento domenicale, vi proponiamo una fiaba giapponese, dalla raccolta le Favole d’acqua, edito da Giannino Stoppani Edizioni. Un fiaba per raccontare anche ai bambini italiani dello tsunami.Nella rielaborazione fantastica, per fortuna, c’è il lieto fine.

Le risaie incendiate
C’era una volta un bravo vecchio che abitava sulla vetta di una montagna nel lontano Giap¬pone. Intorno alla sua piccola casa la monta¬gna era pianeggiante e il suolo fertile, così fer¬tile che tutti gli abitanti del villaggio ai piedi della montagna avevano lassù le loro risaie.

Mattina e sera il vecchio e il nipotino, che viveva con lui, volgevano lo sguardo in basso a osservare la gente operosa e il mare azzurro che lambiva la terraferma senza lasciare spazio per i campi ma solo per le case. Il ragazzino amava le risaie, sapeva che da loro veniva tutto il nutrimento di cui c’era bi¬sogno, e aiutava volentieri il nonno a prender¬sene cura.
Un giorno – era quasi il tempo del raccolto e le belle spighe ondeggiavano al vento – il non¬no, ritto sulla soglia di casa, scorse nel punto più lontano dell’orizzonte, laddove il cielo e il mare si incontrano, una nube gigantesca, spa¬ventosa, quasi che il mare si fosse levato a toc¬care il cielo. Il vecchio si riparò gli occhi dal sole con il palmo della mano e guardò di nuovo, cercando di capire cosa stesse accadendo. Poi si voltò e corse in casa. “Yone, Yone!” gridò, “prendi un tizzone dal braciere e portalo qui!”
Il ragazzino non comprese il motivo di quel¬la strana richiesta, ma aveva l’abitudine di ob¬bedire, così apparve subito col tizzone arden¬te. Il vecchio, intanto, ne aveva preso un altro e stava già correndo verso i campi di riso.
Il nipote lo seguì. Ma quale fu il suo orrore nel vedere il nonno che lanciava le braci arden¬ti in mezzo alle messi mature.
“Nonno, nonno, che fai?”
“Presto, appicca il fuoco!”
Yone pensò che il nonno fosse impazzito e cominciò a singhiozzare; ma gettò ugualmente il suo tizzone tra le spighe. Il fuoco salì lungo gli steli secchi, rosso e giallo. In pochi istanti i campi avvamparono e un fumo nero e denso si levò sul fianco della montagna. Gli abitanti del villaggio capirono subito che le loro preziose risaie stavano bruciando, e corsero su, verso la vetta della montagna.
Corsero gli uomini, corsero le donne, corse¬ro perfino i bambini. Bisognava salvare il riso, nessuno poteva rimanere indietro.
Ma quando raggiunsero i campi e videro il loro raccolto andato in fumo, le grida di aiu¬to lasciarono posto al furore. “Come è potuto accadere? Chi ha potuto fare una cosa del ge¬nere?”
“Sono stato io” disse il vecchio solennemen¬te. “Io ho appiccato il fuoco”.
Il nipote, tra i singhiozzi, confermò: “È vero, è stato il nonno”.
Gli abitanti del villaggio, increduli e furenti si strinsero minacciosi intorno al vecchio.
“Perché? Perché?” gli urlavano.
Il vecchio non rispose. Si voltò e indicò sem¬plicemente l’orizzonte. “Guardate!”
Tutti si volsero e guardarono.
Là, dove prima si stendeva il grande mare calmo, uno spaventoso muro d’acqua si era levato al cielo e avanzava ruggendo. Tale fu l’orrore di quello spettacolo, che dalle gole del¬la gente non uscì neppure un grido. Il muro d’acqua si schiantò sulla terraferma, travolse il villaggio e con un boato tremendo finì la sua corsa contro il fianco della montagna. Ci fu un’altra ondata e poi un’altra e un’altra ancora e il villaggio sparì sotto il mare.
Ma i suoi abitanti erano salvi. Onorarono il vecchio come il più saggio e arguto di tutti gli uomini, come colui che li aveva strappati alla fatale mareggiata.